Maschere per un massacro

Nei giorni scorsi ho letto Maschere per un massacro di Paolo Rumiz (1996). Tra i libri di Rumiz che ho letto, questo è senz’altro il più appassionato e il più appassionante. E’ anche particolarmente lucido nell’interpretazione dei fatti, nonostante la complessità dei fatti di cui si occupa, cioè le guerre della ex Yugoslavia nei primi anni Novanta.

Rumiz evidenzia il ruolo importante che fu giocato da una serie di fattori nel costruire lo scontro: guarda all’uso del linguaggio, alle rappresentazioni proposte dai mezzi di comunicazione e al ruolo svolto dagli intellettuali. Tuttavia l’argomento più interessante che sostiene Rumiz è che le guerre della ex Yugoslavia non furono – come si tende a raccontare – guerre a carattere etnico. Lo divennero solo in una seconda fase. A scatenare la guerra non furono le tensioni etniche o l’odio tribale, ma piuttosto tensioni sociali e culturali.

Secondo Rumiz lo scontro fondamentale fu quello tra città e campagna: da un lato c’era la borghesia cosmopolita delle città, dall’altro lato c’era il sottoproletariato delle zone rurali. Lo scontro fu fomentato in modo interessato dalla nomenklatura socialista in cerca di autoconservazione e desiderosa quindi di indebolire la borghesia. Lo scontro culturale tra questi città e campagna precedette in molti casi lo scontro tra diversi gruppi etnici e ne preparò il terreno. E il carattere culturale dello scontro spiega bene una serie di peculiarità delle guerre yugoslave, dalla distruzione mirata del patrimonio culturale (biblioteche, centri storici, monumenti: tutti elementi della cultura cittadina) alla decisione di non procedere alla conquista di Sarajevo e di continuare piuttosto ad assediare la città dalle colline.

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