Perché è difficile raccontare l’Europa

Luca Sofri ha scritto che rendere interessante l’Europa è «la cosa più difficile del mondo». Il mio lavoro in questi ultimi tre anni è stato raccontare un pezzo della storia dell’integrazione europea, e mostrare che può essere interessante. Certo, rendere una storia interessante è più facile se il pubblico di riferimento è un pubblico di storici accademici, tipicamente affascinati da questioni che a chiunque altro possono apparire straordinariamente noiose. Nel piccolo mondo degli storici accademici contemporanei, l’integrazione europea è addirittura piuttosto cool. Al di fuori del nostro piccolo mondo, è evidente che non lo sia. Sul perché questo accada, le idee che mi sono fatto sono le seguenti.

1. L’Europa è molto di più delle istituzioni comunitarie. Spiegare e raccontare l’Europa non significa solo raccontare quello che fanno la Commissione e il Parlamento europeo. Quello lo fanno già loro stessi, e alcune testate specializzate tipo European Voice e EU Observer. Si può fare meglio? Non ci sono dubbi: però non sarebbe comunque sufficiente, si tratta in gran parte di questioni molto tecniche che sono inevitabilmente difficili da trasformare in storie raccontabili e vendibili. Che piaccia o meno, le grandi questioni politiche che possono effettivamente suscitare interesse continuano (e continueranno) in gran parte ad essere trattate al di fuori dei palazzi della Commissione e del Parlamento. Provare a rendere interessante l’Europa raccontando solo quello che succede a Bruxelles è davvero una delle cose più difficili del mondo. Ma sarebbe anche irragionevole: l’Europa non è solo quello che accade a Bruxelles, e le altre storie sono quasi sempre più interessanti. Raccontare l’Europa significa insomma anche raccontare la politica economica del governo Merkel, i problemi sociali in Francia, le difficoltà politiche in Gran Bretagna, le ambizioni e le paure strategiche della Polonia, eccetera.

2. Volendo, di storie interessanti da raccontare per spiegare l’Europa se ne trovano. Un problema è che le storie necessarie per spiegare adeguatamente l’Europa sono un po’ troppe, e soprattutto coinvolgono un po’ troppi attori. Per spiegare bene l’Europa bisogna raccontare quello che si muove a Bruxelles, quello che si muove nei vari stati, e quello che si muove in più stati. Per raccontare storie – soprattutto se si tratta di storie politiche – c’è bisogno di protagonisti che possano essere riconoscibili e diventare familiari. Di protagonisti e personaggi nelle faccende europee ce ne sono un po’ troppi: il rischio è di super-semplificare (ad esempio riconducendo ad Angela Merkel tutto quello che fa la Germania) oppure di perdersi in una miriade di personaggi secondari che in realtà così secondari non sono.

3. Raccontare l’Europa è difficile anche perché gli attori che fanno la politica europea litigano poco e si insultano poco (almeno in pubblico). Un riflesso diplomatico e la ricerca del consenso prevalgono ancora, e rendono difficile costruire storie dove ci sono dei buoni e dei cattivi e dove un lettore possa identificarsi e fare il tifo per gli uni o per gli altri. Il racconto della politica italiana è terribile, ma una delle ragioni principali per cui funziona è che gioca molto sulle piccole o grandi liti e attiva quei meccanismi di tifo e tribalismo che – piaccia o meno – spinge le persone ad appassionarsi. Finché la politica europea resterà così consensuale e così diplomatica sarà difficile raccontarla in modo attraente. Raccontare la politica europea del passato è un po’ più facile anche perché i documenti confidenziali conservati negli archivi permettono di giocare sulle debolezze personali, sulle malignità e sulle ironie reciproche, sulle note di colore.

4. Raccontare l’Europa è difficile perché i media sono ancora straordinariamente legati alla dimensione nazionale. In parte si tratta di una questione linguistica: i media in italiano sono letti da italiani e scritti da italiani che vivono in Italia, e quindi è naturale che si occupino prevalentemente di Italia. Inoltre, quando i media nazionali si occupano di questioni europee le collocano genericamente tra gli «esteri», accanto a notizie sulla Crimea e Boko Haram. Tentativi di creare collaborazioni europee tra testate nazionali hanno coinvolto Repubblica e La Stampa con risultati interessanti, ma ancora estremamente timidi. A livello di informazione televisiva, le collaborazioni su scala europea sono ancora più modeste. Prospettive interessanti per coltivare degli spazi di informazione europea potrebbero gradualmente aprirsi e crescere grazie alla combinazione tra la migrazione di gran parte dell’informazione su internet e la crescente diffusione della conoscenza dell’inglese. Presseurop (ora VoxEurop) era un esperimento interessante in questo senso. È chiaro però che l’Europa attuale sarebbe difficile da raccontare anche da dei media europei: evoluzione dell’Europa ed evoluzione dei media sono entrambe necessarie.

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