Cosa resterà di queste nomine europee

This post was published on MentePolitica on September 20, 2014.

Nella storia dell’Unione europea non era mai successo che un capo di governo in carica di uno dei principali paesi europei si dimettesse per andare a ricoprire un incarico a Bruxelles. Jacques Santer e José Manuel Barroso si dimisero da capi di governo per andare a presiedere la Commissione europea – ma c’è una grossa differenza tra il rinunciare al governo del Lussemburgo e il rinunciare al governo della Polonia, soprattutto in una fase così delicata per l’Europa centro-orientale come quella attuale. In passato, era più frequente assistere a fenomeni opposti, come quando commissari europei di peso lasciavano Bruxelles per andare ad assumere incarichi a livello nazionale, come fece Franco Frattini nel 2008 (o ancora più clamorosamente Franco Maria Malfatti nel 1972).

Se Donald Tusk ha rinunciato alla guida del suo paese, è probabile che non lo abbia fatto per andare a svolgere funzioni ornamentali a Bruxelles, né solo per beneficiare del migliore trattamento economico previsto dal suo nuovo incarico. Piuttosto è lecito attendersi che Tusk intenda invece sfruttare pienamente l’incarico europeo, affermandone i poteri, l’influenza e la visibilità molto più di quanto non abbia voluto o potuto fare Herman Van Rompuy nei cinque anni scorsi. Di conseguenza, è possibile immaginare un sostanziale rafforzamento della figura del presidente del Consiglio europeo nei prossimi anni.

Anche la nomina di Jean-Claude Juncker lascia immaginare un rafforzamento della figura del presidente della Commissione europea nei prossimi anni. Con la sua nomina è stato affermato il principio per cui la presidenza della Commissione spetta al candidato proposto durante la campagna elettorale dal maggiore partito europeo. Sarà difficile tornare indietro rispetto a questa innovazione, ed è al contrario immaginabile che i candidati presidente saranno scelti ed osservati con molta maggiore attenzione durante le prossime elezioni europee, probabilmente ricorrendo a un coinvolgimento maggiore dei cittadini stessi. Il rafforzamento politico del presidente della Commissione ha già avuto modo di manifestarsi con la composizione della Commissione proposta da Juncker. Come è stato notato, si tratta di una Commissione con un profilo politico piuttosto marcato.

Per il futuro, è immaginabile che il presidente assuma un ruolo crescente nella scelta stessa dei commissari, non solo nell’assegnazione dei loro portafogli. Il presidente potrebbe contribuire a scegliere le personalità da nominare, così come i capi di governo si assumono la responsabilità politica di scegliere i loro ministri. È immaginabile anche un superamento del vincolo per cui ogni stato deve esprimere un commissario. Ventotto stati membri producono una Commissione troppo numerosa, in cui gli incarichi sono frammentati e le competenze si sovrappongono. Juncker ha già fatto una mossa importante in questo senso, cominciando a differenziare tra una cerchia ristretta di commissari forti (i vicepresidenti) e una cerchia di commissari più deboli: anche se non li si può chiamare così, almeno alcuni di questi ultimi sono ormai delle specie di sottosegretari.

Mentre le nomine di Tusk e Juncker lasciano intravedere, per ragioni diverse, un rafforzamento delle cariche del presidente del Consiglio e della Commissione in futuro, la nomina di Federica Mogherini non sembra preludere a un rafforzamento della carica dell’Alto rappresentante per la politica estera. Mogherini è stata soggetta a critiche ingenerose: è senz’altro più preparata di altri commissari indicati dall’Italia negli ultimi anni. Tuttavia, è vero che non ha molta esperienza per gestire un apparato complesso come il Servizio europeo di azione esterna o per affrontare negoziati internazionali. Non ha una significativa forza politica personale, né un carisma particolarmente notevole.

La nomina di Mogherini conferma il fatto che nello scegliere l’Alto rappresentante i governi a tutto guardano, tranne lo spessore politico. Figure come Catherine Ashton o Federica Mogherini svolgono il loro incarico in maniera onesta, ma garantiscono che la politica estera comune rimanga un’attività di coordinamento tra le politiche estere nazionali più che una vera e propria politica estera – e i governi ne sono ben contenti. È particolarmente significativo che la scelta di un Alto rappresentante politicamente debole sia stata promossa da un capo di governo come Matteo Renzi, che a parole vuole gli Stati Uniti d’Europa. Se non l’ha indicato lui un Alto rappresentante politicamente forte, sarà difficile che in futuro lo indichino altri che si proclamano meno federalisti di lui.

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