Perché Juncker non può dimettersi

This post was published on MentePolitica on November 11, 2014.

Se non c’è due senza tre, i precedenti non sono di buon auspicio per il nuovo presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Il primo presidente lussemburghese della Commissione, Gaston Thorn (1981-85), guidò quella che è pressoché unanimemente ricordata come la Commissione più debole e scialba della storia europea. Il secondo, Jacques Santer (1995-99), guidò l’unica Commissione che fu costretta a dimettersi. Ora siamo al terzo presidente lussemburghese, e l’inizio del suo mandato non pare molto fortunato: da varie parti sono state chieste le sue dimissioni a seguito di un’inchiesta giornalistica sui favori fiscali concessi dal Lussemburgo alle società che vi si stabiliscono, decisi negli anni in cui il paese era governato da Juncker.

Le dimissioni di Juncker sono molto improbabili, dato che la politica fiscale dei suoi governi non violò le norme europee. Violò piuttosto lo spirito di cooperazione che dovrebbe governare i rapporti tra gli stati membri, ma sono assai rari i casi di dimissioni indotte da questioni morali. Inoltre, le rivelazioni giornalistiche sulla politica fiscale del Lussemburgo hanno presentato dei dettagli prima inediti, ma non hanno destato vera sorpresa: che il paese praticasse una politica fiscale di favore per le società che vi si stabilivano era un fatto ampiamente noto. Era noto al Partito Popolare Europeo che scelse Juncker come suo candidato alla presidenza della Commissione, lo era  (sebbene non nei dettagli) agli elettori che hanno votato per il Parlamento europeo, e lo era anche ai parlamentari europei che hanno approvato la nomina di Juncker e della sua Commissione.

Juncker è il primo presidente della Commissione a essere nominato in base all’indicazione fornita dal suo partito prima delle elezioni europee e in base ai risultati elettorali. Anche se la scelta di voto di gran parte degli elettori è dipesa da valutazioni di politica nazionale, Juncker può sostenere di godere di una legittimazione diretta da parte dei cittadini europei. Questo rende ancora più improbabili le sue dimissioni: le vicende sarebbero forse andate diversamente se l’inchiesta giornalistica sul Lussemburgo fosse uscita prima della selezione degli Spitzenkandidaten e prima delle elezioni europee. Date le premesse (vere o presunte) della sua attuale legittimazione personale, le eventuali dimissioni dovrebbero portare a nuove elezioni europee, ma si tratta chiaramente di una prospettiva impraticabile.

Anche in assenza di uno scioglimento del Parlamento europeo, le eventuali dimissioni di Juncker aprirebbero il problema complesso dell’individuazione del suo successore. La definizione dell’intero sistema delle nomine europee è stata decisa con bilanciamenti talmente sottili e complessi che trovare un sostituto in grado di rispettare i diversi equilibri sarebbe un processo difficile. Inoltre, la definizione delle nomine ha già richiesto nei mesi scorsi un tempo tale che l’Europa potrebbe difficilmente permettersi un ulteriore periodo di incertezza.

La grande improbabilità delle dimissioni di Juncker è una manifestazione della resilienza che caratterizza le cariche europee, e che le rende per molti versi più simili a cariche proprie di organizzazioni internazionali che a cariche politiche. Una volta nominato, è estremamente difficile rimuovere un presidente della Commissione – così come accade anche per il segretario generale dell’ONU o della NATO, e a differenza da quanto accade per i capi di governo nazionali. Esiste certo il precedente delle dimissioni di Santer, ma in fondo si trattava di uno scandalo esteso scoppiato a pochi mesi dalla fine del mandato. È ad esempio notevole che la prima Commissione Barroso sia sopravvissuta indenne alla bocciatura della Costituzione europea, così come la seconda  abbia superato pressoché indenne la crisi dell’euro. Non è stato così per i governi nazionali, che hanno pagato a caro prezzo la crisi economica: dei capi di governo che erano in carica all’insediamento della Commissione Barroso II, negli ultimi anni praticamente nessuno ha ottenuto la riconferma alle urne.

La grande resilienza delle cariche europee costituisce un elemento di stabilità, ma allo stesso tempo implica una scarsa flessibilità, e dunque una limitata capacità di rispondere ai cambiamenti e di correggere nomine non più adatte. Da questo punto di vista, le cariche europee conoscono gli stessi problemi dei sistemi presidenziali (chiedere a François Hollande), ma il paradosso è che ciò accade in un sistema che si vorrebbe semi-parlamentare. Questa scarsa capacità di rispondere alle sollecitazioni esterne è difficilmente risolvibile se non con un ulteriore rafforzamento del Parlamento europeo. Nella situazione attuale, essa implica soprattutto un’incapacità di reagire in modo efficace alle preoccupazioni e ai cambiamenti dell’opinione pubblica, e contribuisce quindi a rendere le istituzioni europee più distanti da essa.

Advertisements