L’informazione all’incontrario

This post was published on Il Post on December 1, 2014.

E se Twitter ti mostrasse solo i pensieri delle persone che non segui? Persone che non conosci e che probabilmente non hanno nulla a che fare con te, con dei punti di vista e degli interessi diversi dai tuoi. Potrebbe essere un’esperienza frustrante, ma potrebbe anche essere molto interessante. Rispetto all’epoca in cui si comprava un solo quotidiano e ci si identificava con lui, in teoria internet ci espone a una varietà molto maggiore di idee e sensibilità. In realtà, anche su internet finiamo spesso per rinchiuderci nella nostra tribù e frequentare quasi solo i luoghi e le persone che ci assomigliano. I social network assecondano e promuovono questa tendenza: leggiamo le cose che ci segnalano i nostri amici, e i social network ci suggeriscono come nuovi contatti solo le persone molto simili a noi. Se cominciassero invece a suggerirci delle persone molto diverse, potremmo pure scoprire delle nuove realtà e dei nuovi stimoli.

Su Twitter tutto è comprimibile: un pensiero, una storia, un link. L’unica cosa che non viene mai compressa né omessa è il nome di chi scrive. Ogni tanto a me invece piacerebbe che i tweet circolassero liberi dall’etichetta del nome del loro autore (in un mondo senza troll, chiaro). Mi piacerebbe che le idee guadagnassero la precedenza sulle persone, e che l’attenzione si concentrasse su quello che viene detto, e non su chi sia colui che lo dice. Allo stesso modo, ogni tanto mi piacerebbe leggere gli editoriali senza sapere chi li abbia scritti, e senza sapere nemmeno quale giornale li abbia pubblicati. I nomi degli autori e delle testate sono importanti, ma attivano anche quei meccanismi di pregiudizio per cui tendiamo a essere d’accordo con un’argomentazione se a farla è l’editorialista preferito del nostro quotidiano preferito, mentre ne diffidiamo se viene fatta da un quotidiano che non ci piace.

I meccanismi di pregiudizio e tifoseria sono i meccanismi su cui si reggono i talk show. Già prima che comincino sappiamo quali sono (per noi) i buoni e quali i cattivi, e come si evolverà il copione. Guardare un talk show è uguale ad andare a teatro. Come a teatro, ci sono degli attori che recitano la stessa parte per la centesima volta: c’è Cacciari che fa Cacciari, Travaglio che fa Travaglio, e così via. Poi ci sono degli attori che recitano parti scritte da altri: sono lì in quanto portavoce di un partito o di un’associazione di categoria, e quindi recitano la parte stabilita dalla loro appartenenza. A me piacerebbero dei dibattiti televisivi molto più imprevedibili. Niente rappresentanti di corpi sociali e niente interpreti della propria caricatura, ma invece molte persone che non conosco e che hanno cose nuove, inaspettate e sorprendenti da dire. Sarebbero dei dibattiti meno teatrali, ma potrebbero addirittura portarci a cambiare idea su qualche cosa.

Per fare circolare idee nuove nel dibattito pubblico italiano, mi piacerebbe anche che i corrispondenti stranieri in Italia non raccontassero le vicende italiane ai lettori dei loro paesi, ma che le raccontassero invece a noi. I giornalisti e gli osservatori stranieri dovrebbero raccontarci regolarmente quello che vedono in Italia e in Europa: il loro punto di vista permette un po’ di scartare rispetto alle parrocchie del dibattito italiano e fare emergere delle cose nuove. Allo stesso modo, mi piacerebbe che i giornali italiani non si rivolgessero solo agli italiani, ma che collaborassero molto di più con i mezzi di informazione stranieri e che pubblicassero anche in inglese per non italiani: il gossip politico e la cronaca nera ce li possiamo benissimo tenere in italiano, ma un po’ di analisi e reportage meriterebbero invece di essere messi in circolo, perlomeno nella sfera pubblica europea.

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