Perché la presenza di leader liberticidi alla marcia di Parigi è una buona notizia

Alla marcia convocata ieri a Parigi contro il terrorismo e a favore della libertà di espressione hanno partecipato i leader di alcuni paesi che hanno dei problemi piuttosto seri col rispetto della libertà di espressione e dei diritti umani. Molti osservatori si sono indignati per questa ipocrisia e per la scelta del governo francese di assecondarla; a me invece la loro partecipazione è parsa una buona notizia.

Non c’era nessun obbligo morale o politico per i leader stranieri di partecipare alla marcia: era un’iniziativa irrituale, cordoglio e solidarietà si potevano esprimere in altri modi – come hanno fatto pure gli Stati Uniti. La libertà di espressione che si era preso Charlie Hebdo è stata criticata anche da alcuni grandi giornali anglosassoni, e uno poteva tranquillamente cogliere l’occasione per mettere parecchi «se» e parecchi «ma». Se un governo proprio non si ritrovava nello spirito della manifestazione, non aveva problemi a starne alla larga: e infatti Cina, Iran, Corea del Nord non si sono visti, e anche la Russia se n’è stata bene in disparte.

Nonostante quello che fanno in patria, i leader che hanno partecipato alla marcia hanno offerto il loro riconoscimento e la loro legittimazione al valore della libertà di espressione. Tra l’altro lo hanno fatto in un boulevard intitolato a Voltaire, tra place de la République e la piazza della Bastiglia: tutto piuttosto potente, dal punto di vista simbolico.

Evidentemente, la storia e i valori liberali hanno ancora qualcosa da dire anche al di fuori dell’Europa. Da dire magari con una faccia di bronzo, ma comunque da dire. Non era affatto scontato: oltre alle sfide asiatiche e nel mondo arabo, i valori liberali sono contestati con una forza inedita anche in Europa, a partire dal modello russo che rivendica apertamente il suo carattere illiberale.

Scegliere di sottoscrivere i valori liberali in un modo così simbolico e memorabile aumenta il costo dell’ipocrisia per i leader che parlano bene e razzolano male. Quando torneranno a violare la libertà di espressione nei loro paesi, qualcuno in patria e all’estero chiederà loro conto della loro incoerenza, e potrà farlo con argomenti e forza maggiori di prima.

Anche i leader sovietici pensavano che sottoscrivere il rispetto dei diritti umani alla Conferenza di Helsinki del 1975 non avrebbe creato loro dei grossi problemi: si sarebbero ingraziati un po’ l’Occidente ottenendo in cambio delle contropartite politiche significative, e avrebbero continuato col business as usual in patria. Poi invece si ritrovarono con un numero crescente di dissidenti che chiedevano conto dell’incoerenza tra le loro parole e i loro comportamenti. La marcia di Parigi non è la Carta di Helsinki, ma il tipo di meccanismo che potrebbe mettere in atto è simile.

Sarebbe ingenuo pensare che la partecipazione alla manifestazione di ieri porti direttamente a un miglioramento della libertà di espressione nei paesi in questione. Nel peggiore dei casi, non cambierà nulla. Nel migliore dei casi, avverrà qualche cambiamento in positivo. A occhio, le prospettive per la libertà di espressione sono un po’ migliorate nei paesi che hanno partecipato alla marcia, e sono rimaste invariate negli altri paesi.

Fosse anche solo per questa vaga ma inaspettata speranza di miglioramento, sarebbe stato bello se avessero partecipato alla marcia ancora più leader di paesi repressivi. Rispetto al nostro sentimento di irritazione di fronte all’ipocrisia, dovremmo dare la priorità anche alla minima possibilità di miglioramento delle prospettive liberali in quei paesi.

Advertisements

One thought on “Perché la presenza di leader liberticidi alla marcia di Parigi è una buona notizia”

Comments are closed.