Cosa ho visto alla Leipziger Buchmesse

Around mid-March 2015 I visited the Leipzig book fair, the second biggest book fair in Germany. Here are some of my impressions about the German publishing industry, its (weak) connections with the Italian culture, its differences vis-à-vis the Italian publishing industry, and some features of the Leipzig literature feast.

Da secoli una delle principali capitali culturali del mondo tedesco, Lipsia è anche una capitale dell’industria editoriale. Da secoli ospita una fiera del libro, più umana e più concentrata sull’editoria tedesca rispetto alla fiera del libro di Francoforte. L’edizione 2015 si è chiusa ieri, queste sono un po’ delle cose che ho notato in questi quattro giorni:

1. Il mondo editoriale italiano e quello tedesco si confermano molto distanti. Tra le centinaia di stand, gli unici libri di autori italiani che ho visto sono un’edizione illustrata di Marcovaldo, Giorgio Agamben e qualche giallo di Carofiglio e De Cataldo. Incredibilmente, non si segnala nessun impazzimento per Elena Ferrante. Se gli editori tedeschi traducono poco gli italiani, i giornali e gli editori italiani si occupano poco degli autori tedeschi. Delle case editrici tedesche non ne conoscevo praticamente nessuna, e della ventina di star letterarie tedesche che hanno presentato i loro lavori dal posto d’onore della fiera, ne conoscevo tre. Incidentalmente, per la costruzione di uno spazio culturale europeo la permanenza di distanze così ampie rimane un problema. Mentre l’Italia e il resto dell’Europa occidentale erano largamente assenti dalla fiera, una discreta attenzione era rivolta alle letterature e all’editoria dell’Europa centro-orientale.

2. Parlare di crisi dell’editoria è una sciocchezza. Questa edizione della fiera ha fatto segnare il record di visitatori, quasi 200.000 persone paganti in quattro giorni: è evidente che le storie e le idee alla gente interessano ancora. Certo, l’editoria sta cambiando, e infatti un discreto spazio era riservato a fenomeni in crescita come l’auto-pubblicazione o gli audiolibri (e le graphic novel, che però anche in Germania sono ancora un po’ indietro). Tra le forme editoriali in crescita, uno dei fili ricorrenti era quello dei literarischen Reisen, cioè le guide letterarie: scrittori che parlano di città e tracce di scrittori da ritrovare nelle città. Oltre all’editoria sta cambiando profondamente anche il turismo, e ogni tanto i due cambiamenti si incrociano – ma rimane ancora ampio spazio da sfruttare.

3. Nei libri che pubblicano e nei dibattiti organizzati a margine della fiera, appare in modo chiarissimo la straordinaria tendenza dei tedeschi all’autoriflessione e all’autocritica. Molti romanzi e una sterminata quantità di saggi sui tedeschi e gli ebrei, su Israele e sui suoi rapporti con la Germania, sulle colpe tedesche nelle guerre mondiali, sui massacri coloniali compiuti dai tedeschi, sulla divisione tedesca e sulla DDR. E incontri su incontri dedicati a questi temi, declinati in un’infinità di modi diversi. Quest’ossessione tedesca per la memoria e l’autoanalisi è straordinaria e ammirevole.

4. Una delle scoperte per me più sorprendenti di questi giorni è stata quella della Bundeszentrale für politische Bildung, una sorta di agenzia federale che si occupa dell’educazione civica dei tedeschi e che lo fa con una potenza sorprendente. Pubblicano riviste e numeri monografici, pubblicano monografie e raccolte di saggi, tutti mirati a spiegare meglio cosa succede attorno a noi e a farlo in modo chiaro, costruttivo e democratico. Naturalmente c’è il rischio che si tratti di «verità di stato», e non so quanto tutta questa attività sia davvero efficace – però il tentativo e l’entusiasmo che ci mettono rimane ammirevole, e le pubblicazioni sono di buona qualità.

5. In corrispondenza della fiera del libro, si tiene «Leipzig liest», quello che loro chiamano il festival della lettura più grande d’Europa – è verosimile, dato che il programma del festival è un tomo di 420 pagine. Un sacco di eventi e incontri nei padiglioni della fiera e nel centro città, organizzati in gran parte da singoli editori e librai. A differenza dei festival culturali italiani, questo è un festival che si tiene in inverno e al Nord, ed è un po’ un peccato: gli incontri sono naturalmente tutti al coperto, in gran parte ospitati da librerie, caffè e musei. Piazze e strade rimangono vuote, e così non si crea quell’atmosfera allegra di occupazione di un’intera città che caratterizza i principali festival culturali italiani, e che permette di coinvolgere almeno tangenzialmente anche le persone che non andrebbero apposta a sentire un dibattito o una presentazione di un libro.

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