Il problema dell’Europa non è la Germania

This post was published on MentePolitica on April 4, 2015. For all the talk about Germany (and Greece), I argue that the most troublesome countries in the EU are not the G-ones. We should care and worry a little bit more about France and Britain, which are experiencing deep identity crises. In terms of internal balance, their weakness is definitely the main problem of the EU, as it leaves Germany’s power unchecked.

Sulla copertina di Der Spiegel della scorsa settimana Angela Merkel era affiancata ad alcuni ufficiali nazisti ritratti davanti al Partenone. Nell’articolo di apertura, lo Spiegel spiegava gran parte delle difficoltà che effettivamente tendono a incontrare l’immagine e la posizione tedesca in Europa ricorrendo a un classico paradosso. La Germania sarebbe un paese troppo grande per lasciare inalterati gli equilibri europei, ma allo stesso tempo sarebbe un paese troppo piccolo per governare davvero da solo l’Europa.

In tutt’Europa – e forse particolarmente in Italia – il repertorio di stereotipi e pregiudizi negativi contro i tedeschi è ricco, e risulta facile attribuire alla Germania molte colpe. La propensione dei tedeschi a riflettere su sé stessi è spesso ammirevole, ma in questo caso l’attenzione per la Germania finisce per trascurare altri aspetti centrali della crisi politica dell’Europa. I problemi relativi ai rapporti di forza in Europa sono molto seri, ma non dipendono solo dalla Germania. Unico grande paese europeo a essere passato più o meno indenne attraverso la crisi, la Germania e il suo governo fanno sostanzialmente il loro lavoro: difendono i loro interessi e promuovono la propria visione dell’integrazione europea. Grazie all’assenza di gravi problemi politici o economici interni, riescono a farlo con efficacia.

Se la Germania appare a molti troppo potente o influente – magari addirittura un Quarto Reich – non è tanto per via della Germania, quanto per l’assenza di qualsiasi contrappeso significativo. Non è tanto la Germania ad essere troppo forte, sono soprattutto gli altri ad essere troppo deboli. La Germania impone la sua linea in Europa principalmente perché le altre grandi potenze europee non sono più in grado di far valere le proprie posizioni. In passato, peso demografico, influenza politica e forza economica erano distribuiti in maniera piuttosto equilibrata tra Germania, Francia e Gran Bretagna. Oggi, quell’equilibrio si è perso – in parte a causa della Germania, ma soprattutto a causa dei seri problemi che affliggono Francia e Gran Bretagna.

Anche se è aggravata da alcune debolezze economiche strutturali, la crisi della Francia è principalmente una crisi politica. Si sta affermando una sorta di tripolarismo, mentre appaiono con inedita chiarezza i limiti che caratterizzano il presidenzialismo quando il presidente è debole e impopolare. Ma la crisi della Francia è anche una crisi di identità: abituata per decenni a guidare l’Europa – o almeno a farlo assieme alla Germania – la Francia si ritrova oggi nettamente diminuita di rango e con le idee confuse sul proprio ruolo e sulle proprie prospettive strategiche. Ha perso alcuni punti fissi che ne avevano orientato l’azione negli scorsi decenni, come la fiducia incrollabile nei valori repubblicani, il riconoscimento della forza carismatica del presidente e le durature illusioni di grandeur internazionale. È evidente che l’associazione di Hollande a Merkel nei negoziati sull’Ucraina o sulla Grecia è più un espediente tattico e un omaggio alla tradizione che un effettivo riconoscimento della parità tra i due paesi.

La crisi della Gran Bretagna è, per alcuni versi, ancora più profonda di quella francese. La stessa unione tra le nazioni che compongono il regno è apertamente messa in discussione, e il sistema politico sta subendo un cambiamento di portata secolare. Rimane inoltre aperta una questione identitaria e strategica di fondo: se da un lato la Gran Bretagna è ormai chiaramente marginale nell’ambito dell’Unione europea, dall’altro lato non dispone di alternative convincenti. La marginalizzazione della Gran Bretagna è accettata da molti come un dato di fatto, e non sempre si apprezza la portata europea della crisi britannica. Ma alcuni elementi centrali della costruzione europea – come la cooperazione in politica estera o il mercato unico – sono nati anche grazie a fondamentali contributi britannici. E un ritorno britannico nel gioco europeo sarebbe molto importante anche per alimentare quelle dinamiche bilaterali e trilaterali necessarie per ridurre l’isolamento tedesco.

La crisi in cui versano sia la Francia che la Gran Bretagna è una crisi molto profonda, che tocca la loro stessa identità nazionale, i fondamenti del loro sistema politico e la concezione del loro ruolo in Europa e nel mondo. Trattandosi di una crisi così profonda, saranno necessari dei tempi lunghi per risolverla. Francia e Gran Bretagna continueranno così a trovare difficile esercitare in modo incisivo un’influenza in Europa, e dunque la posizione tedesca in Europa non riuscirà a trovare quei bilanciamenti che pure sarebbero utili. Ipotesi alternative di bilanciamento – un fronte dei governi del Sud Europa, oppure un fronte di governi socialisti – appaiono molto improbabili, per via della debolezza che caratterizzerebbe gli stati membri e per le divergenze che separerebbero le loro posizioni.

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