La minoranza silenziosa

This post was published on Il Post on June 23, 2015. Referring to recent Italian political struggles, I point at the effectivness of the mobilization of arch-conservative and xenophobic pressure groups, and at the lack of any significant counter-mobilization of progressive, liberal and cosmopolitan pressure groups. I argue that the latter’s mobilization would be very important, one cannot always rely on the existence of a silent majority sharing his/her ideas.

Il problema sollevato da Ivan Scalfarotto nei giorni scorsi (perché in piazza ci vanno quelli contro i matrimoni egualitari, e quelli a favore invece non ci vanno?) forse non è un problema grave. Ormai si tratta solo di capire con quanto ritardo l’Italia si allineerà con gli altri paesi moderni, ma è un processo destinato ad avvenire. Quello sollevato da Scalfarotto tocca però in realtà un problema più ampio e più grave: in Italia, l’opinione pubblica reazionaria, giustizialista e xenofoba riesce a farsi sentire in modo molto più chiaro ed efficace di quanto non riesca a fare l’opinione pubblica progressista, garantista e cosmopolita.

Dice: ma il centrosinistra è al governo, una mobilitazione dell’opinione pubblica progressista non è necessaria. E invece servirebbe. Servirebbe per bilanciare le pressioni di quelli che vogliono meno solidarietà e meno libertà per il prossimo. Servirebbe per spronare il centrosinistra stesso a fare molto di più, e servirebbe anche a mostrare a noi e agli altri che l’Italia può essere un paese moderno e aperto.

Sui matrimoni egualitari le cose probabilmente finiranno per sistemarsi. È su altri temi che la difficoltà dei progressisti di incidere sull’agenda politica è più grave: temi che riguardano il rispetto di alcuni diritti umani fondamentali, ma su cui la maggioranza dell’opinione pubblica italiana ha posizioni reazionarie o largamente indifferenti. Per questi temi non ci si può affidare all’inerzia, perché non c’è nessuna maggioranza silenziosa su cui contare e ci sono correnti giustizialiste e xenofobe vivaci e in crescita.

Primo tema, l’accoglienza delle persone che hanno diritto d’asilo, su cui la Costituzione è limpida («Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo»). Secondo tema, la tutela di dignità e diritti degli arrestati e dei detenuti, con il superamento degli aspetti più medievali del nostro ordinamento penale. Terzo tema, la catastrofe umanitaria in Siria. Oggi chiediamo conto dell’indifferenza con cui guardammo alla Bosnia e a Srebrenica, domani qualcuno ci chiederà conto dell’indifferenza con cui guardiamo alla Siria, che si trova pure lei nel cortile di casa dell’Europa.

Sono problemi poco popolari, in fondo è più naturale preoccuparsi dei propri diritti che non dei diritti altrui. Ma essere una minoranza nell’opinione pubblica non è una condanna: se lo vuole, una minoranza è in grado di influenzare l’agenda politica. Deve però essere una minoranza attiva, composta da reti di persone: affidarsi all’impegno individuale di una Emma Bonino o di un Luigi Manconi non è sufficiente. Per esercitare un’influenza, una minoranza deve anche essere visibile – che non vuol dire necessariamente scendere in piazza, ma che non significa nemmeno limitarsi a scrivere un tweet.

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Perché l’opinione pubblica progressista trova difficile incidere sull’agenda politica italiana? Quattro ipotesi:

1. Nonostante tutto, i partiti continuano a egemonizzare lo spazio pubblico italiano. Una mobilitazione dell’opinione pubblica progressista può avere successo se viene sposata dal Partito Democratico, ma se il PD sceglie di ignorarla la mobilitazione finisce per spegnersi. Pezzi di società civile di sinistra che pure si erano mobilitati in maniera autonoma negli scorsi anni sono finiti anche loro in un partito, il Movimento 5 Stelle. Le battaglie sui diritti civili sono storicamente identificate col Partito Radicale, ma non possono rimanere confinate a esso.

2. Che la crisi economica spinga le persone a concentrarsi innanzitutto sui propri problemi, è cosa nota. Ci si ripiega su sé stessi e ci si concentra sui problemi materiali: le questioni dei diritti civili e politici vengono dopo, soprattutto se riguardano gli altri e non sé stessi. La crisi ha colpito in modo particolarmente pesante i giovani, che generalmente sono tra i principali promotori delle mobilitazioni dell’opinione pubblica e della promozione di una cultura moderna e progressista.

3. Mobilitarsi contro qualcosa è sempre più facile che mobilitarsi a favore di qualcosa. Le maggiori mobilitazioni dell’opinione pubblica di sinistra negli ultimi vent’anni sono state contro Berlusconi, contro la guerra in Iraq, contro la “privatizzazione” dell’acqua. E l’opinione pubblica di destra si mobilita con successo contro gli immigrati e i richiedenti asilo, e contro il riconoscimento delle coppie gay e lesbiche. Tutte cose e nemici concreti: mobilitarsi contro delle violazioni di diritti è più complicato.

4. In altri paesi mediterranei, internet e i social network sono serviti a mobilitare le persone per cause progressiste. In Italia invece i social finora non hanno portato a molta mobilitazione – un po’ di mobilitazione reazionaria, giustizialista e xenofoba, quella sì. Anche i progressisti usano internet per esprimere idee e indignazioni, per sottoscrivere delle petizioni e mettere dei like. Ma questi gesti individuali non conducono a costruire granché: torniamo a sdraiarci sul divano, mentre quegli altri urlano in piazza.

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