Sei bicchieri mezzi pieni

This post was published on Il Post on July 20, 2015.

C’è chi parla di implosione dell’Unione europea, chi addirittura di guerra civile. Di sicuro, la crisi della Grecia pone dei problemi seri, e giustamente se ne parla molto. Ma la crisi provoca anche dei progressi insperati e offre delle nuove opportunità, che però non ricevono una grande attenzione. Forse, semplicemente, è arrivata l’Europa politica – ma non ce ne siamo accorti perché è diversa da come ce la aspettavamo. Ci siamo raccontati a lungo che l’Europa unita sarebbe stata una cosa solare e spensierata, fatta di abbracci, sorrisi e girotondi, e invece ci ritroviamo con un’Europa che ha molti pensieri e pochi sorrisi, fatta più che altro di scontri e di sfide. Ma anche quando s’è unificata l’Italia non ci siamo messi a ballare allegri e sorridenti: ci siamo messi a litigare, e non abbiamo mica più smesso.

Se si guarda allo stato e alle prospettive dell’integrazione europea, i bicchieri mezzi vuoti non mancano di certo. Del resto, è da settimane che ci lamentiamo tutti della sete e ci preoccupiamo. Ma in mezzo a tutti i problemi e alle preoccupazioni ci sono anche dei bicchieri mezzi pieni che vale la pena notare – ed è una buona notizia, col caldo che fa.

1. La politica europea non è più mortalmente noiosa. Forse sta diventando pure un po’ troppo vivace e imprevedibile, ma finalmente riesce a stare al centro del dibattito pubblico e a suscitare nei cittadini delle emozioni, delle antipatie, dell’interesse. In queste settimane e in questi mesi dall’abituale grigiore della politica europea sono emersi dei personaggi diventati ormai familiari, molto caratterizzati: ora abbiamo i buoni e i cattivi, i furbi e gli spacconi, i pavidi e gli audaci. E abbiamo i colpi di scena, i bluff, le vendette, gli ultimatum, le scenate, le prove di forza, la suspense. Tutte cose che erano quasi sempre mancate alla politica europea, e che le avevano finora impedito di diventare avvincente.

2. La politica europea non c’entra più nulla con la politica estera. La sfida dell’integrazione europea era costruire uno spazio politico comune, così che gli scontri non avvenissero più tra diplomazie o eserciti nazionali, ma tra cittadini, partiti e gruppi di interesse europei. Beh, non ci siamo mai arrivati così vicini. Un tempo, erano i ministri degli esteri a occuparsi delle questioni europee. Oggi, mai sentito parlare di Paolo Gentiloni in relazione con la crisi greca? No, perché la politica europea non è più vista come politica estera. E se fino a poco tempo fa i leader europei si incontravano tre volte all’anno, ora si incontrano anche tre volte in dieci giorni. Un ministro delle finanze ormai vede i suoi omologhi europei più di quanto non veda i colleghi del suo governo: anche se in forma imperfetta, una sorta di governo europeo nei fatti esiste.

3. A scontrarsi sono gli interessi, non i popoli. L’obiettivo vero dell’integrazione europea non era superare gli stati, era superare il nazionalismo. Con la sgradevole eccezione del diffuso sentimento anti-tedesco, le tensioni europee di questi ultimi mesi non hanno seguito linee di frattura strettamente nazionali. Certo, ciascun governo difende i suoi interessi nazionali – ma è una cosa normale, non è mica per forza indice di nazionalismo. Lo scontro in atto non è uno scontro tra il popolo greco e quello tedesco: da una parte ci sono le sinistre dell’Europa del Sud, dall’altra parte i liberali e i conservatori dell’Europa del Nord, che non sono solo tedeschi (e che in ogni caso non rappresentano tutti i tedeschi). Non è uno scontro tra popoli, ma è uno scontro tra attori politici e sociali che hanno interessi e culture diverse – accade lo stesso anche all’interno dei singoli paesi.

4. Sono in pochi a voler smantellare lo spazio comune europeo. Di Europa si discute molto, e si critica molto la forma attuale di integrazione, da vari punti di vista. Si discute delle caratteristiche che l’Europa dovrebbe avere, se ne chiede una anche radicalmente diversa: ma, a parte le frange di estrema destra, non si mette in discussione l’obiettivo stesso della cooperazione europea. I greci hanno buone ragioni per essere ostili alle istituzioni dell’UE e col referendum avevano una buona occasione per tradurre in pratica la loro insoddisfazione: ma pure loro hanno inquadrato il referendum come un voto su quale Europa unita avere, non sul se avere un’Europa unita. Peraltro, è un’ottima notizia che le discussioni su forme e contenuti dell’integrazione europea escano dai circoli degli specialisti e diventino un po’ dovunque un tema centrale del dibattito pubblico.

5. Esiste un’Europa a due progetti, e non è un male. Secondo l’ortodossia federalista, l’integrazione europea avrebbe dovuto coinvolgere tutti i paesi europei allo stesso modo: magari si andava avanti piano, ma si andava avanti tutti insieme. La crisi greca ha reso più evidente che mai che esistono due diverse zone in Europa, una avviata verso un’unione fiscale e politica, l’altra caratterizzata da una forma molto più blanda di integrazione: nelle ore in cui l’Eurozona fronteggiava la propria implosione, la Gran Bretagna se ne stava serena a discutere del suo sistema fiscale. Non è un’Europa a due velocità, perché c’è chi non ha intenzione di muoversi da dove si trova, nemmeno lentamente. Andare ancora avanti tutti insieme non sarebbe possibile: meglio riconoscere che ci sono due progetti in Europa, che non sono per forza in contraddizione tra loro.

6. La Francia s’è svegliata, ed era ora. In questi anni, s’è discusso molto dell’egemonia tedesca in Europa e della ritrosia della Germania ad assumersi gli oneri legati alla sua posizione di leader. Il predominio tedesco sulla politica europea non è però dipeso solo da un’arroganza della Germania: è dipeso anche – e soprattutto – dalla desolante debolezza politica degli altri grandi paesi europei, e in particolare della Francia. È solo da un paio di settimane che il governo francese è tornato a giocare un ruolo significativo nella crisi greca, risultando decisivo per la sua (temporanea) risoluzione. Il suo ruolo sarà decisivo anche per l’approfondimento dell’integrazione politica, che non potrà avvenire fintanto che rimane uno sbilanciamento eccessivo tra la Germania e gli altri stati membri.

E quindi, sei bicchieri mezzi pieni permettono di brindare? No, i problemi e i rischi rimangono – però ecco, accanto a loro si possono pure sorseggiare delle opportunità inedite e insperate. C’è un ostacolo principale che potrebbe impedire di cogliere queste opportunità: la mancanza di leader politici all’altezza. Da solo, Mario Draghi non basta: quando si tratta di immaginare il futuro dell’Europa, i leader attuali di tutti i grandi paesi europei rivelano scarsa visione politica, scarsa capacità strategica, scarsa volontà di iniziativa. È un problema vero, che non si risolverà a breve.

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