Come se i profughi non fuggissero da qualche cosa

This post was published on MentePolitica on August 27, 2015.

Nelle ultime settimane in Italia e negli altri paesi dell’Unione europea s’è ampiamente discusso del problema del crescente afflusso di richiedenti asilo in Europa. Come vanno controllati i confini dell’Unione? Chi deve registrare i profughi? Quanti ne deve accogliere ciascun paese? Negli ultimi giorni il dibattito ha condotto ad alcune significative – seppur ancora parziali – decisioni politiche per quanto riguarda l’allocazione dei profughi tra i vari stati membri dell’UE, in particolare grazie alla decisione tedesca di accogliere sostanzialmente tutti i profughi siriani che chiederanno l’asilo in Germania.

Nonostante questi alcuni progressi recenti, il dibattito europeo sui richiedenti asilo continua a mostrarsi ostinatamente refrattario a una seria e franca discussione sulle cause del crescente afflusso di profughi in Europa. Si parla molto del sintomo – l’afflusso massiccio di richiedenti asilo – ma non si parla affatto della malattia che ne è all’origine. I problemi profondi dell’Eritrea non hanno mai ottenuto la benché minima attenzione, ma anche la guerra in Siria guadagna le prime pagine dei giornali solo quando vengono fatte saltare in aria rovine archeologiche di prim’ordine: la guerra in sé non interessa affatto, non ne parlano i politici e non ne parla la stampa.

La Siria viene ormai chiaramente guardata come un caso senza speranze, soggetta a un’autocombustione di cui si può solamente stare passivamente ad attendere la fine (che peraltro non pare affatto vicina). L’unica e ultima volta in cui i governi e le opinioni pubbliche occidentali hanno discusso di un intervento di polizia internazionale in Siria fu all’epoca della “linea rossa” posta da Barack Obama in relazione all’eventuale uso di armi chimiche da parte di Bashar al-Assad. Nonostante l’uso di tali armi sia stato accertato, l’Occidente ha mantenuto un atteggiamento di indifferenza nei confronti delle sorti della popolazione siriana.

Se si eccettua la preoccupazione per le iniziative più spettacolari dell’ISIS, a nessuno o quasi pare interessare il fatto che a cento chilometri dalle frontiere dell’Unione europea siano morte negli ultimi quattro anni più di 250.000 persone: il più grave conflitto alle porte dell’Europa dai tempi della seconda guerra mondiale. È un’indifferenza che supera di molto anche la freddezza con cui gli europei guardarono alla Yugoslavia durante le guerre dei primi anni Novanta: seppure con vari limiti, almeno all’epoca esistevano delle forme di solidarietà e mobilitazione, e François Mitterrand ritenne opportuno fare una visita a Sarajevo.

La totale indifferenza europea nei confronti delle sorti della popolazione siriana è piuttosto sorprendente se si considera il fatto che la Siria non è un paese culturalmente distante dall’Europa – perlomeno da quella mediterranea. Sarebbe lecito aspettarsi un qualche sentimento di prossimità, tanto più per via del fatto che la Siria custodisce alcune delle radici più profonde della civiltà occidentale. Eppure, il destino dei siriani pare interessare molto poco l’Europa e l’Occidente, con qualche limitata e sporadica eccezione per le sorti dei curdi di Kobane e degli yazidi.

È noto che ci sono ragioni politiche e strategiche per cui nessun intervento di polizia internazionale è stato realizzato in Siria, né sono state promosse più circoscritte iniziative di natura umanitaria in grado di alleviare la sofferenza della popolazione. Nessun intervento dei caschi blu, nessun intervento esterno alle Nazioni Unite sul modello del Kosovo, nessuna apertura di corridoi umanitari. Nulla di tutto ciò è stato previsto negli anni e nei mesi scorsi, e nulla di simile è prevedibile per il prossimo futuro. È da escludere che gli Stati Uniti, ormai entrati nella fase elettorale che si concluderà solo a fine 2016, vogliano prendere iniziative significative a riguardo, né appare realistico attendersi una mobilitazione incisiva dei leader europei.

Eppure, rispetto al breve periodo in cui si discusse in linea teorica di un’iniziativa occidentale in Siria, alcune condizioni strategiche importanti sono cambiate in un senso favorevole a un intervento di polizia internazionale. Da un lato, i crimini dell’ISIS hanno reso più evidenti la minaccia concreta a cui sono sottoposti i diritti umani in Siria e il pericolo provocato dalla scelta di abbandonare il Paese a sé stesso. Dall’altro lato, sono mutati gli atteggiamenti di due potenze regionali decisive per gli equilibri del Medio Oriente. La Turchia ha rivisto i suoi rapporti di tacita collaborazione con l’ISIS, mentre il disgelo nei rapporti tra Stati Uniti e Iran ha aperto potenzialmente nuove opportunità per affrontare i problemi che spingono un numero così elevato di persone a lasciare la Siria e a venire a chiedere asilo in Europa.

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