Dov’è finita la visione liberale delle relazioni internazionali?

This article was published on MentePolitica on December 10, 2015.

A distanza di una generazione, di solito le cose tendono a tornare di moda. Per il revival della musica e dell’abbigliamento degli anni Novanta manca poco: ma c’è un aspetto di quegli anni che invece pare destinato a minore fortuna. Poco dopo la fine della guerra fredda, l’idea di costruire una polizia internazionale guadagnò rapidamente popolarità, assieme all’idea che la comunità internazionale dovesse farsi garante del rispetto dei diritti fondamentali di qualsiasi individuo. Si parlava di caschi blu e forze di interposizione, di cessate il fuoco e responsibility to protect, di corridoi umanitari e tribunali internazionali.

Crisi, guerre e pulizie etniche ci sono anche oggi, ma di quelle idee non si parla praticamente più. Le discussioni sulla Siria riguardano quasi solo le modalità e gli obiettivi dei bombardamenti; eppure la situazione nel paese non è meno grave di tante altre crisi che negli anni Novanta suscitarono discussioni molto più articolate – dalla Bosnia al Kosovo, dalla Somalia al Ruanda. Non è che in Siria non ci sia bisogno di corridoi umanitari, o che non si verifichino episodi di pulizia etnica. E non è che non venga violata la Convenzione di Ginevra, o che non ci siano criminali di guerra.

Così come non se ne parla per la Siria, non se ne parla nemmeno per le altre crisi in corso, come quelle dell’Iraq, della Libia, del Mali, del Burundi, dello Yemen, e così via. In quasi tutti i casi, le discussioni tendono a soffermarsi solo su un insieme ristretto di questioni: quali stati occidentali sono disposti a intervenire? Bisogna bombardare con droni o con aerei tradizionali? Bisogna limitarsi a bombardare o serve intervenire anche via terra? Sono questioni di tattica militare: le questioni di strategia, politica, giustizia ed etica finiscono quasi sempre per essere ignorate.

Una certa visione delle relazioni internazionali emersa nei primi anni Novanta pare ormai caduta in disgrazia, senza grandi prospettive di recupero. Le ragioni principali di questa crisi sembrano due. Da un lato, quella visione è stata legata troppo strettamente all’idea del trionfo del liberalismo: preso atto che in fondo la storia non era finita, si sono accantonati anche gli istituti e le idee che avevano accompagnato quel periodo di euforia liberale. Dall’altro lato, le applicazioni concrete di quegli istituti e di quelle idee sono state giudicate molto spesso inefficaci e insoddisfacenti, anche da coloro che le avevano promosse.

Nei primi anni Novanta la fine della guerra fredda sembrava prefigurare un mondo sostanzialmente pacificato. Si poteva allora pensare di riscoprire quel ruolo della Nazioni Unite previsto dalla loro Carta, che nei decenni precedenti era stato soffocato dallo scontro tra le potenze. Diventava inoltre possibile immaginare che i conflitti futuri sarebbero stati delle crisi locali, in cui la comunità internazionale sarebbe potuta intervenire in modo coeso per neutralizzare un governo particolarmente aggressivo o separare le due fazioni in conflitto: l’invasione irachena del Kuwait e la relativa reazione internazionale ne costituirono un ottimo esempio.

Quello scenario ottimistico non si è realizzato, e siamo tornati a un mondo in cui i conflitti non sono né limpidi né locali. Le potenze hanno chiaramente ricominciato a perseguire interessi molto diversi e a vedere le varie crisi non come problemi da risolvere, ma come opportunità da sfruttare. Anche per questo i conflitti sono difficili da circoscrivere e finiscono per chiamare in causa la rivalità tra sciiti e sunniti, tra musulmani e cristiani, tra Russia e Occidente: se pure esistesse una “comunità internazionale” relativamente coesa, si troverebbe molto in difficoltà a intervenire in questioni così delicate.

Se lo scenario internazionale contemporaneo spinge a lasciar cadere l’idea che la storia sia finita, non dovrebbe per forza far cadere tutta quella serie di altre idee collegate a essa. Probabilmente è diventato più difficile costruire un consenso politico attorno a un certo tipo di intervento umanitario o all’esercizio di un certo tipo di responsabilità internazionale: ma è piuttosto sorprendente che nessuno nemmeno provi a costruirlo (o almeno faccia finta di provarci). Certo, l’amministrazione Obama non è l’amministrazione Clinton, né i leader europei attuali hanno la caratura internazionale di quelli di una generazione fa.

La prospettiva molto ristretta da cui si guarda alle crisi in corso non dipende però solo dalle inclinazioni e dalle scelte dei governi occidentali. Manca quasi del tutto anche una mobilitazione degli intellettuali e della società civile in grado di influenzare quelle scelte verso una direzione di tutela dei diritti fondamentali e di intervento mirato a separare e giudicare le parti in conflitto. Su questo atteggiamento di sfiducia ampiamente diffuso paiono pesare soprattutto gli esiti incerti di molte missioni di peace-keeping e le difficoltà e incontrate dai tribunali penali speciali e dalla Corte Internazionale di Giustizia.

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