La nomina di Carlo Calenda

La scelta di Matteo Renzi di nominare Carlo Calenda rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea ha suscitato in alcuni perplessità e sconcerto. Le perplessità maggiori sono quelle di alcuni diplomatici italiani, che contestano la nomina di una personalità esterna al corpo diplomatico (Calenda è viceministro allo sviluppo economico). In realtà la nomina è del tutto normale e accettabile – come del resto sono normali le proteste corporative dei diplomatici e le critiche espresse da chi non sopporta Renzi.

Finora il compito di rappresentare l’Italia presso l’Unione europea è stato svolto da diplomatici, è vero. Ma la scelta di assegnarlo a un (semi-)politico come Calenda rientra in quell’ampio processo di domesticizzazione della politica europea in corso da anni: le questioni che si discutono a Bruxelles non sono più da tempo questioni di politica estera, sono questioni di politica europea. Gli ambasciatori devono tenere i rapporti con gli Stati Uniti, la Cina, l’ONU, l’Iran: in Europa ormai esiste un’arena politica, di cui è bene che si occupino direttamente i politici e la società civile.

Il lavoro del rappresentante permanente a Bruxelles in realtà è, da sempre, un lavoro molto politico. Il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) è probabilmente l’organo più influente in assoluto nella politica europea, Consiglio europeo a parte. È dove si preparano i lavori e si prendono quasi tutte le decisioni che verranno poi adottate dal Consiglio dei ministri dell’Unione: i rappresentanti permanenti hanno da sempre un profilo politico implicito molto importante, non c’è nulla di male se ora diventa un tratto meno nascosto – anzi.

Non è un caso che nel passato più di un rappresentante permanente dell’Italia (e di moltissimi altri paesi) sia passato dalla carriera diplomatica a quella politica, diventando per esempio commissario europeo. E in altri paesi europei succede abbastanza spesso che gli incarichi diplomatici più prestigiosi vengano assegnati a figure politiche. Peraltro l’Unione stessa ha un’antica tradizione in questo senso: quando si trattò di nominare il primo rappresentante europeo a Washington non venne scelto un diplomatico, ma colui che fino a poco prima era stato Primo ministro della Danimarca.

I brontolii dei diplomatici italiani sono comprensibili, ma non ci sono ragioni solide per sostenere che la nomina di Calenda sia sbagliata o pericolosa. Per fare un buon servizio a livello europeo non è necessario appartenere al corpo diplomatico – quello che conta piuttosto è avere una buona intesa col capo del proprio governo e essere in gamba: è su quello che andrà giudicato Calenda.

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