C’è un mondo, là fuori

This post was published on Il Post on March 25, 2016.

Prendete una carta del mondo. Chiudete gli occhi, puntate il dito, e guardate su che paese siete andati a finire. Ora cercate di richiamare tutte le cose che conoscete di quel posto: persone, monumenti, libri, un piatto, un prodotto, un avvenimento. A meno che non siate caduti sull’Europa occidentale o gli Stati Uniti, sarà quasi sicuramente un esercizio molto rapido – a me di solito vengono in mente una dozzina di cose, e in alcuni casi parecchie meno.

In generale, abbiamo una conoscenza molto fragile e precaria dell’Asia e dell’Africa (ma anche di certe zone dell’Europa e del Sudamerica). E usiamo quelle poche cose che sappiamo per costruirci sopra un intero immaginario: hai voglia a spiegare agli stranieri che l’Italia non è solo pizza, pasta e mafia; facciamo la stessa cosa noi col loro paese. E siccome disponiamo solo di quei pochi elementi per costruirci attorno un mondo, quelli finiscono per assumere un peso spropositato nell’immaginario – deludendo chi si aspetta che gli italiani girino tutti in Vespa, o che in Giappone i ciliegi siano sempre in fiore.

È normale integrare quello che non conosciamo con stereotipi, supposizioni, fantasie: lo facciamo tutti i giorni in qualsiasi ambito. Per quanto riguarda il mondo che ci circonda, il problema però è che l’Asia e l’Africa stanno cambiando con grande rapidità, mentre il nostro immaginario tende a rimanere fermo a vecchi pregiudizi, sempre più staccato dalla realtà – e quindi poi ci stupiamo che i siriani abbiano gli smartphone, che i profughi siano andati all’università, o che in Africa ci sia una delle città più care del mondo (quale?).

Se non ci siamo mai stati, per costruirci l’immagine di un certo posto usiamo soprattutto i giornali, i film e i libri. (Prima ancora arriverebbe la scuola, ma la geografia non c’è più e la storia e le letterature extra-europee non ci sono quasi mai state.) I giornali si occupano raramente di paesi semi-sconosciuti ai loro lettori, a meno di grandi tragedie difficili da ignorare. È raro, ma al cinema a volte capita che arrivino ottimi film sulla vita quotidiana in posti come l’Iran o la Corea del Sud. Coi libri si va un po’ a ondate, ma continua il successo degli editori specializzati in certe zone del mondo (come Iperborea, Keller, e/o, ma anche 66thand2nd, SUR e Add).

Certo, si vive bene anche senza essere appassionati di quello che succede in paesi lontani. Ma una conoscenza precaria del resto del mondo comincia a essere un problema se quei paesi diventano sempre più importanti, come ad esempio la Nigeria, il Pakistan e l’Indonesia. Scartate tutte le notizie di attentati, maremoti, alluvioni, guerre civili, che cosa sappiamo di questi paesi? Io, davvero poco. Ma sono paesi che già oggi contano molto, e che conteranno sempre di più nei prossimi decenni – un po’ per la loro posizione geopolitica, un po’ per il loro peso demografico. Tra quarant’anni la Nigeria avrà 400 milioni di abitanti: non sarebbe forse il caso di cominciare a conoscerla meglio?

È piuttosto rivelatore il fatto che non abbiamo ancora nemmeno deciso come si chiami la seconda città più grande del mondo: in occasione degli attentati di gennaio sui giornali italiani ci si poteva imbattere in “Jakarta”, “Jacarta”, “Giakarta” e “Giacarta”. È un posto di cui non sappiamo praticamente nulla, eppure è una megalopoli con 30 milioni di abitanti e un’enorme quantità di storie e persone interessanti che nessuno racconta. In realtà sappiamo pochissimo dell’Indonesia in generale: è un posto all’altro capo del mondo, quasi senza emigrazione, e con una storia coloniale che abbiamo rimosso.

A gettare un po’ di luce sull’Indonesia sta ora arrivando qualche libro, anche perché è stato il paese ospite all’ultima Fiera del libro di Francoforte. Nell’attesa di nuove uscite, è già disponibile un ottimo volume: Indonesia ecc. di Elizabeth Pisani (Add editore). È il resoconto di un anno trascorso attraverso le isole indonesiane – un resoconto molto poco turistico, che descrive soprattutto la società e la vita quotidiana, dando conto di un’enorme varietà di situazioni. E così si scoprono le sigarette ai chiodi di garofano e la straordinaria popolarità delle gare di lettura del Corano, e si scopre che fu un eunuco cinese a introdurre l’islam, e che tutti i barbieri del paese vengono dalla stessa isola.

I reportage di Bruce Chatwin, Tiziano Terzani e Ryszard Kapuściński sono ancora molto belli, ma nel frattempo il Sud del mondo è cambiato parecchio. Avremmo bisogno di più libri (e articoli) come Indonesia ecc.: le guide turistiche già ci raccontano quello che c’è di molto bello, i giornali quello che avviene di molto brutto (o a volte di molto strano). Ma sono tutti luoghi e storie eccezionali, che non aiutano molto a farsi l’idea della realtà di un certo paese. Per definizione la normalità non fa notizia – ma sarebbe utile per capire un po’ meglio il mondo che ci circonda e che, anche se non lo vogliamo, ci viene a cercare.

 

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