A Ventotene non c’era internet

This post was first published on Il Post on September 8, 2016

Brexit ha messo in discussione un po’ di assunti del progetto di integrazione europea, come l’idea che l’integrazione non potesse far altro che aumentare nel tempo, si trattava solo di deciderne il ritmo. La crisi dell’euro aveva già cominciato a mettere in discussione un altro assunto, quello che non potesse esistere un’Europa “a due velocità”, cioè con livelli diversi di integrazione. In fondo, Brexit potrebbe essere una buona occasione per liberarci di qualche altro mito sull’Europa.

Primo, non esiste un solo processo di integrazione europea che si sviluppa direttamente dal manifesto di Ventotene – il documento che ispirò l’Unione Europea – a oggi. I processi (e i progetti) sono sempre stati molti, spesso pure in contrasto tra loro: non c’è una sola integrazione europea, ci sono tante diverse integrazioni e disintegrazioni che si combinano.

Secondo, non c’è un solo modello di integrazione. C’è il modello federale degli Stati Uniti d’Europa, ma ce ne sono anche altri, non per forza meno perfetti o desiderabili. Tra l’altro, confrontare costantemente l’Europa attuale con un ideale superstato unitario provoca un insuperabile sentimento di frustrazione: continuiamo a lamentarci della mancanza di politiche europee coerenti e unitarie, e non ci accorgiamo di tutto quello che già abbiamo.

Terzo, non è vero che senza Europa non avremmo avuto la pace: la stabilità in Europa è dipesa soprattutto dalla guerra fredda, punto. Nessuno si sarebbe potuto permettere un conflitto (incidentalmente, la Comunità europea stessa è nata grazie a calcoli strategici, l’idealismo da solo non sarebbe bastato). D’altra parte, la Jugoslavia mostra che i disastri possono succedere in ogni caso.

Quarto, l’integrazione europea non è un bene di per sé. È nata come strumento per favorire altri due obiettivi, loro sì importanti di per sé: la stabilità politica e il benessere economico. È improbabile che si trovino strumenti migliori per conseguirli, ma è meglio ricordarsi che l’integrazione rimane un mezzo, non un fine – non è un oggetto da venerare, se ne può discutere.

Sono tutti miti ampiamente diffusi, in Italia più che altrove. C’è qualcosa di religioso nel credere che l’integrazione europea sia buona e giusta di per sé, che le forze del bene finiranno per prevalere, che il progetto di integrazione si muova al di là delle contingenze storiche. Del resto, proprio come una religione, l’europeismo ha i suoi apostoli e i suoi santi (tutti rigorosamente uomini, e preferibilmente morti). Ha i suoi riti e i suoi dogmi, i suoi fedeli e i suoi ferventi.

Invitare i leader europei a Ventotene e ricordare Spinelli, come successo ad agosto, è un’ottima cosa. Però il manifesto di Ventotene è un documento degli anni Quaranta, concepito in un mondo molto diverso dal nostro: forse non è il caso di ripartire da lì. La grandezza degli autori di quel manifesto non sta tanto nell’aver immaginato un certo tipo di costruzione europea, ma nell’aver saputo dare una risposta originale a una situazione inedita – quella dell’Europa della seconda guerra mondiale. Si sono inventati qualcosa di nuovo e contemporaneo: non sono andati a ripescare i padri nobili di settant’anni prima.

Ci sono buoni motivi per pensare che la crisi attuale dell’Europa non dipenda da un’integrazione troppo lenta e timida. Non sta solo lì il problema, e quindi la soluzione dopo Brexit non sta solo nel promuovere “più Europa” (peraltro se dopo una sorpresa del genere hai già la soluzione pronta, allora non è una risposta ma un atto di fede). Il progetto federalista non è da buttare, ma occorre farsi parecchie domande, e guardare a come sta cambiando il mondo attorno. Rispetto anche solo a venti o trent’anni fa la politica e l’informazione funzionano in modo diverso, gli stati fanno cose diverse, il sistema internazionale è diverso, la società ha esigenze diverse. Il progetto di integrazione europea invece è rimasto più o meno sempre lo stesso: forse è il caso di ripensare pure quello, e riportarlo in linea coi tempi – e se sarà necessario ci si potrà pure allontanare dai dogmi del federalismo.

È giusto continuare a parlare di ministri del tesoro, di frontiere, di intelligence, ma ci sono anche questioni diverse. Ad esempio, il modo in cui ciascuno si sente a casa o straniero in Europa è cambiato in modo radicale negli ultimi vent’anni, soprattutto grazie alla rivoluzione digitale, ma anche alle migrazioni e ai trasporti low-cost. È un cambiamento profondo e incisivo, eppure entra ancora troppo poco nei dibattiti europei. Potrebbe invece essere proprio questo un buon punto per cominciare: ripensare cosa significhi oggi sentirsi a casa in Europa, e quali strumenti nuovi e diversi servano alle persone.

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