L’articolo più bello del mondo

This post was first published on Il Post on November 7, 2016

Le democrazie occidentali non sono molto preparate all’ascesa di matti, cialtroni e bugiardi. Certo, quelli ci sono sempre stati, ma non avevano mai raggiunto l’influenza che si sono guadagnati negli ultimi anni in Europa e negli Stati Uniti. I nostri sistemi politici erano stati costruiti per partiti normali, con idee diverse ma ragionevoli, che competevano in modo tutto sommato civile. Non c’era quest’aria da apocalisse imminente che adesso precede quasi ogni elezione o referendum.

I sistemi che consegnano il destino di un intero paese a un presidente o a un primo ministro potevano forse funzionare quando lo consegnavano a un Kennedy – ma non sono molto rassicuranti quando rischiano di darlo in mano a un Trump, un Hollande o una Le Pen. La difficoltà di selezionare dirigenti politici all’altezza, un elettorato sempre più polarizzato e incattivito, i meccanismi che affidano enormi poteri a candidati in realtà impopolari o impediscono di rimuoverli: il presidenzialismo non se la sta passando molto bene, ultimamente.

Peraltro gli enormi problemi del presidenzialismo non riguardano solo l’Occidente, ma vanno dalle Filippine alla Turchia, dal Sudafrica all’Ucraina. Tra i vari casi recenti, quello dell’Egitto è forse uno dei più indicativi: dalla rivoluzione era uscito un sistema che assegnava tutto il potere a una sola fazione, ed è bastato un anno di presidenza Morsi per fare venir giù tutto.

La polarizzazione crescente e l’ascesa di matti e cialtroni non è solo un problema per i sistemi presidenziali, che erano stati pensati per leader di spessore diverso. Non se la passano molto bene nemmeno quei sistemi dove tutto il potere è nelle mani del primo ministro, e il capo dello stato ha solo un ruolo simbolico. Con la Brexit il Regno Unito s’è infilato in un delirio imbarazzante: i britannici avrebbero urgente bisogno di una persona autorevole che li richiamasse alla ragione – ma sulle vicende politiche la regina non può dire neanche una mezza parola.

La costituzione italiana non è «la più bella del mondo». (La mia preferita rimane quella della Repubblica di Weimar, che provò a saltare direttamente dall’impero prussiano a una repubblica socialdemocratica.) Ma alcune parti della costituzione italiana sono sì molto belle, e una delle più lungimiranti è l’art. 83, quello che regola l’elezione del presidente della repubblica. È l’articolo che – sia nella vecchia che nella nuova versione – stabilisce che il presidente venga eletto dai parlamentari e non dagli elettori, e debba essere scelto cercando un ampio consenso.

In Occidente questo tipo di capo di stato esiste praticamente solo in Germania e Italia – non a caso due paesi dove matti e cialtroni hanno goduto di estesi successi in passato, combinando parecchi danni. E mentre ai tedeschi è capitato di eleggere cinquantenni rampanti (e non s’è rivelata una grande idea), negli ultimi decenni noi abbiamo avuto una serie di anziani saggi, che sono intervenuti quando ce n’è stato il bisogno.

Non si tratta di impedire a chi vince le elezioni di governare: in Italia come altrove, chi vince deve fare le cose per cui è stato scelto, e deve poterle fare velocemente e bene. Si tratta di avere la garanzia che se le cose dovessero mettersi male c’è qualcuno pronto a intervenire nell’interesse generale: non un presidente di parte preso dai suoi interessi elettorali, né un monarca con le mani legate. Se ci fosse un Napolitano pronto a vigilare sul governo di Donald Trump, Marine Le Pen o Theresa May forse staremmo tutti più tranquilli.

 

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