Cosa cambia per l’Europa all’ONU dopo la Brexit

This post was first published on MentePolitica on February 11, 2017

L’idea di assegnare all’Unione europea un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU circola da qualche decennio. È una fantasia che è stata spesso animata dall’Italia – soprattutto per bloccare altri più concreti progetti di riforma dell’ONU – ma che ha naturalmente raccolto anche le speranze dei federalisti. L’Europa sarebbe così diventata a pieno titolo un soggetto politico sulla scena internazionale, in grado di farsi valere e di esprimersi con una sola voce sulle grandi questioni del momento.

La Comunità europea in quanto tale iniziò a essere un soggetto riconoscibile all’ONU durante gli anni Settanta, quando fu ammessa come osservatore permanente all’Assemblea Generale e quando i suoi stati membri cominciarono a coordinare le loro posizioni in quasi tutti gli organi delle Nazioni Unite. La sola eccezione era costituita dal Consiglio di Sicurezza, di cui facevano parte Regno Unito e Francia in maniera permanente e quasi sempre un terzo stato CE in maniera temporanea. Nonostante le richieste dei partner, i due membri permanenti si rifiutarono sempre di portare al Consiglio di Sicurezza posizioni “europee” concordate con gli altri stati membri.

La coordinazione europea sulle questioni discusse al Consiglio di Sicurezza è cresciuta gradualmente nel tempo, ma è sempre rimasta limitata – non tanto per le consuete divergenze politiche di fondo, quanto piuttosto per la ritrosia di Regno Unito e Francia, che hanno sempre tenuto a sottolineare il carattere nazionale e individuale della loro partecipazione al Consiglio di Sicurezza. Nel contesto degli eterni dibattiti sulla riforma dell’ONU, accettare di presentarsi come portavoce dell’UE avrebbe inevitabilmente comportato di porgere il fianco a coloro che chiedevano una riduzione della presenza occidentale nel Consiglio, ormai anacronistica: se Regno Unito e Francia avessero iniziato a presentare assieme le posizioni comuni dell’Europa, un solo seggio permanente sarebbe stato più che sufficiente.

La prossima uscita del Regno Unito dall’Unione europea apre degli scenari potenzialmente interessanti per l’azione europea al Consiglio di Sicurezza. Per la prima volta da quando ha iniziato a occuparsi di questioni politiche internazionali, l’UE disporrà di un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, e vi si potrà esprimere senza timori con una sola voce. È una soluzione forse meno elegante rispetto all’ingresso formale dell’Unione europea nel Consiglio di Sicurezza, ma politicamente potrebbe rivelarsi uno sviluppo non molto distante da quello auspicato a lungo dall’Italia – ed è quanto di più vicino si possa realisticamente ottenere.

Osservando le scelte degli stati europei all’ONU nell’ultimo ventennio, è evidente che si è verificato un processo di europeizzazione: i dati sulle votazioni all’Assemblea Generale mostrano chiaramente una convergenza crescente tra i diversi stati dell’UE. Questo processo ha investito anche la Francia, che pure aveva mostrato per decenni una chiara tendenza a distinguersi dai partner su molte grandi questioni internazionali. Era stata invece finora poco notata la traiettoria del Regno Unito, che persino negli anni dei governi laburisti filoeuropei aveva mantenuto un distacco molto marcato dagli altri paesi dell’UE – al contrario di tutti gli altri stati, questo distacco è andato addirittura crescendo nel tempo.

Ora l’Unione europea si ritroverà con un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, e non dovrà più fare i conti con la tendenza britannica a scartare rispetto alle posizioni comuni. Assumendo che l’UE mantenga intatta la sua capacità di raggiungere posizioni comuni sulle questioni internazionali – un assunto certo problematico nelle condizioni attuali – resta da capire se la Francia possa avere la volontà di modificare i tratti di fondo della sua azione all’ONU. Si tratterebbe di utilizzare il proprio seggio a beneficio dell’intera UE, e di iniziare ad agire di fatto come sua portavoce (mantenendo tuttavia una sorta di diritto di veto: è chiaro che la rappresentanza francese non potrebbe dar voce a posizioni contrastate dal proprio governo).

Ipotizzando che i partiti dell’arco costituzionale conservino il controllo sulla presidenza francese, sarebbe in effetti possibile individuare degli incentivi politici a favore di un’evoluzione in senso europeo del ruolo della Francia nel Consiglio di Sicurezza. Da un lato, se la Francia dovesse di fatto cominciare a rappresentare l’UE si attenuerebbero le accuse contro il suo seggio permanente: la Francia non è più un attore internazionale di primo piano, ma l’UE invece sì. Dall’altro lato, nei prossimi anni la Francia non riuscirà realisticamente a sfidare il primato tedesco in ambito economico: puntare ad affermare il proprio primato in ambito politico potrebbe essere una strategia utile per tutelare il proprio rango e ottenere un migliore equilibrio in Europa.

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