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Cosa cambia per l’Europa all’ONU dopo la Brexit

This post was first published on MentePolitica on February 11, 2017

L’idea di assegnare all’Unione europea un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU circola da qualche decennio. È una fantasia che è stata spesso animata dall’Italia – soprattutto per bloccare altri più concreti progetti di riforma dell’ONU – ma che ha naturalmente raccolto anche le speranze dei federalisti. L’Europa sarebbe così diventata a pieno titolo un soggetto politico sulla scena internazionale, in grado di farsi valere e di esprimersi con una sola voce sulle grandi questioni del momento.

La Comunità europea in quanto tale iniziò a essere un soggetto riconoscibile all’ONU durante gli anni Settanta, quando fu ammessa come osservatore permanente all’Assemblea Generale e quando i suoi stati membri cominciarono a coordinare le loro posizioni in quasi tutti gli organi delle Nazioni Unite. La sola eccezione era costituita dal Consiglio di Sicurezza, di cui facevano parte Regno Unito e Francia in maniera permanente e quasi sempre un terzo stato CE in maniera temporanea. Nonostante le richieste dei partner, i due membri permanenti si rifiutarono sempre di portare al Consiglio di Sicurezza posizioni “europee” concordate con gli altri stati membri.

La coordinazione europea sulle questioni discusse al Consiglio di Sicurezza è cresciuta gradualmente nel tempo, ma è sempre rimasta limitata – non tanto per le consuete divergenze politiche di fondo, quanto piuttosto per la ritrosia di Regno Unito e Francia, che hanno sempre tenuto a sottolineare il carattere nazionale e individuale della loro partecipazione al Consiglio di Sicurezza. Nel contesto degli eterni dibattiti sulla riforma dell’ONU, accettare di presentarsi come portavoce dell’UE avrebbe inevitabilmente comportato di porgere il fianco a coloro che chiedevano una riduzione della presenza occidentale nel Consiglio, ormai anacronistica: se Regno Unito e Francia avessero iniziato a presentare assieme le posizioni comuni dell’Europa, un solo seggio permanente sarebbe stato più che sufficiente.

La prossima uscita del Regno Unito dall’Unione europea apre degli scenari potenzialmente interessanti per l’azione europea al Consiglio di Sicurezza. Per la prima volta da quando ha iniziato a occuparsi di questioni politiche internazionali, l’UE disporrà di un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, e vi si potrà esprimere senza timori con una sola voce. È una soluzione forse meno elegante rispetto all’ingresso formale dell’Unione europea nel Consiglio di Sicurezza, ma politicamente potrebbe rivelarsi uno sviluppo non molto distante da quello auspicato a lungo dall’Italia – ed è quanto di più vicino si possa realisticamente ottenere.

Osservando le scelte degli stati europei all’ONU nell’ultimo ventennio, è evidente che si è verificato un processo di europeizzazione: i dati sulle votazioni all’Assemblea Generale mostrano chiaramente una convergenza crescente tra i diversi stati dell’UE. Questo processo ha investito anche la Francia, che pure aveva mostrato per decenni una chiara tendenza a distinguersi dai partner su molte grandi questioni internazionali. Era stata invece finora poco notata la traiettoria del Regno Unito, che persino negli anni dei governi laburisti filoeuropei aveva mantenuto un distacco molto marcato dagli altri paesi dell’UE – al contrario di tutti gli altri stati, questo distacco è andato addirittura crescendo nel tempo.

Ora l’Unione europea si ritroverà con un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, e non dovrà più fare i conti con la tendenza britannica a scartare rispetto alle posizioni comuni. Assumendo che l’UE mantenga intatta la sua capacità di raggiungere posizioni comuni sulle questioni internazionali – un assunto certo problematico nelle condizioni attuali – resta da capire se la Francia possa avere la volontà di modificare i tratti di fondo della sua azione all’ONU. Si tratterebbe di utilizzare il proprio seggio a beneficio dell’intera UE, e di iniziare ad agire di fatto come sua portavoce (mantenendo tuttavia una sorta di diritto di veto: è chiaro che la rappresentanza francese non potrebbe dar voce a posizioni contrastate dal proprio governo).

Ipotizzando che i partiti dell’arco costituzionale conservino il controllo sulla presidenza francese, sarebbe in effetti possibile individuare degli incentivi politici a favore di un’evoluzione in senso europeo del ruolo della Francia nel Consiglio di Sicurezza. Da un lato, se la Francia dovesse di fatto cominciare a rappresentare l’UE si attenuerebbero le accuse contro il suo seggio permanente: la Francia non è più un attore internazionale di primo piano, ma l’UE invece sì. Dall’altro lato, nei prossimi anni la Francia non riuscirà realisticamente a sfidare il primato tedesco in ambito economico: puntare ad affermare il proprio primato in ambito politico potrebbe essere una strategia utile per tutelare il proprio rango e ottenere un migliore equilibrio in Europa.

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Quattro mesi in Finlandia

This post was first published on Il Post on January 23, 2017

Sono arrivato a Helsinki l’ultima domenica di luglio. La città era luminosa e deserta, erano tutti in campagna a grigliare. In stazione tre ragazzi asiatici abbracciavano soddisfatti i loro nuovi acquisti, dei grossi ippopotami di peluche. Mi sembrava un souvenir bizzarro, ma solo perché non ero mai stato in Finlandia. I finlandesi si aspettano che uno straniero conosca poco del loro paese, ma danno per scontato che conosca i Mumin. Oltre ad avere un parco a tema dedicato, questi ippopotami bianchi popolano perfino alcune ceramiche dell’altrimenti serissima Iittala, l’azienda che produce i vasi di Alvar Aalto.

E invece prima di trascorrerci quattro mesi della Finlandia non conoscevo nemmeno i Mumin. In effetti la Finlandia e l’Italia hanno avuto poche occasioni di incrociarsi nel passato, e ancora oggi gli scambi bilaterali sono scarsi – come indica anche solo la scomodità dei collegamenti aerei. Si incontrano pochissimi finlandesi in Italia, e pochissimi italiani in Finlandia. Così come noi conosciamo poco i Mumin, lassù la conoscenza dell’Italia è piuttosto sommaria e tende a ridursi a qualche immagine sulla Toscana e Venezia; pure il calcio e la moda sono molto lontani. Le uniche eccezioni sono Don Matteo, trasmesso dalla TV pubblica a ora di cena, e le fantastiche cover finlandesi di grandi classici della canzone italiana.

Come sempre quando la conoscenza è sommaria tocca appoggiarsi agli stereotipi, ma ai finlandesi non va troppo male. Una serie di stereotipi positivi li accomunano ai popoli scandinavi e richiamano un mondo idilliaco fatto di natura, stato sociale, nuove tecnologie e paciosità – un mondo al riparo dallo stress, dalle ingiustizie e dalle tensioni del nostro tempo. I finlandesi si ritrovano addosso però anche una serie di stereotipi negativi, legati soprattutto all’alto tasso di suicidi, all’alcolismo e al buio. Ma come sempre gli stereotipi raccontano solo una parte della storia, quella più originale, mentre lasciano in ombra tutto ciò che è ordinario.

Certo, in Finlandia gli echi del terrorismo e delle migrazioni arrivano molto smorzati – è un posto al riparo da tutto, anche i nostri terremoti da lì sembrano impensabili. La sola preoccupazione è legata alle tensioni con la Russia, che pure sono un problema serio. Ed è vero che la società finlandese è ancora parecchio uniforme, da molti punti di vista. Quando a settembre sono arrivati gli studenti del primo anno, ai colleghi che mi chiedevano un’impressione ho risposto che mi sembravano tutti così biondi. D’altra parte, quel giorno il dipartimento li accoglieva con un barbecue di benvenuto e i professori ordinari stavano lì a rigirare salsicce per le matricole: l’eguaglianza nordica fatta salsiccia.

È vero che in Finlandia il wifi va velocissimo e i contanti sono scomparsi – pure chi fa l’elemosina s’è dovuto adattare, ormai gli spiccioli non li chiede più nessuno. Ed è vero che la natura è ovunque, anche se in realtà il Baltico è molto inquinato e l’ambientalismo si declina in modi diversi dal nostro (sì al nucleare, sì agli inceneritori, sì alla caccia). Però è vero anche che la crisi economica si fa sentire, il disagio sociale si vede. E non tutto è straordinariamente moderno e efficiente: la metropolitana di Helsinki non è messa molto meglio di quelle italiane, e anche lì col freddo i treni si bloccano. Gli studenti finlandesi dominano le classifiche internazionali, ma si laureano tardissimo.

Così come gli stereotipi positivi non sono del tutto accurati, non lo sono nemmeno quelli negativi. A chi mi chiede come ho trovato i finlandesi, tendo a dire che sono dei gran bravi ragazzi. Persone tranquille, gentili e ironiche, nient’affatto misantropi depressi. Certo, occorre un po’ di tempo per capire come comportarsi in alcune situazioni – soprattutto quando c’è da rompere il ghiaccio, che decisamente non è il loro forte, oppure per sedersi su un mezzo pubblico senza causare imbarazzi agli altri passeggeri.

C’è poi in Italia l’idea che lassù faccia un freddo e un buio incredibili, estate a parte. In fondo nelle città non è terribile, c’è modo di attrezzarsi. Oltre alle saune – davvero ovunque – in autunno alcuni sfoderano lampade iper-luminose che fungono da sole artificiale e “sorgono” e “tramontano” a orari umani. Del resto c’è un po’ di ossessione per il buio: per strada tutti indossano pendagli catarifrangenti, e a volte braccialetti lampeggianti di dubbio gusto – a un certo punto in Lapponia hanno pure provato a dipingere di vernice catarifrangente le corna delle renne (investire un animale è il maggior pericolo per i guidatori). Sembra però che le renne non abbiano apprezzato.

Da agosto a dicembre ho fatto ricerca e insegnato all’università di Turku, la vecchia capitale del paese. Come prima e come ora, mi sono occupato di politica estera europea. La Finlandia è un posto interessante da cui guardare all’Europa contemporanea: un posto non scontato, collocato ai margini, su in un angolo dove è difficile passare per caso. Un paese legato per secoli alla Russia e rimasto in bilico durante la guerra fredda, entrato nell’Unione Europea solo da una generazione, con un sentimento di orgoglio nazionale molto forte ma anche piuttosto risolto.

Quando i finlandesi scherzano su sé stessi, vanno quasi sempre a parare su questo gran sentimento nazionale, oppure sul loro senso del dovere – e spesso sulle due cose assieme. L’austerità e il rigore luterano in effetti sono un pezzo importante dell’identità nazionale. Quando in estate impazzavano i Pokemon, gli anziani brontolavano perché era un passatempo improduttivo: i ragazzini avrebbero piuttosto dovuto andare nei boschi a raccogliere funghi e frutti, quello sì che sarebbe stato un buon uso del tempo. E del resto il design finlandese è minimalista, i palazzi sono spogli, i colori delicati, pure le decorazioni natalizie sono misurate.

La preoccupazione per la reputazione personale è tale che esiste un parola specifica per indicare il sentimento che si prova quando ci si vergogna per conto d’altri. Il senso del dovere e la responsabilità individuale stanno al centro del modo in cui i finlandesi si raccontano, e in effetti capita di osservarlo. E può anche capitare di subirla, questa responsabilità individuale: i pedoni che attraversano col rosso rischiano una multa di 80 euro, per dire. (Ma la corruzione, gli scandali e la pigrizia esistono anche in Finlandia, non è un ingranaggio perfetto e implacabile.)

Da una prospettiva europea, è abbastanza sorprendente che paesi con regole e culture diverse riescano a fare delle cose assieme, pur conoscendo poco gli uni degli altri. Durante la crisi dell’euro i finlandesi Olli Rehn e Alex Stubb erano tra i più duri contro l’Italia e la Grecia, ma l’impressione è che non ci fosse nulla di “cattivo” nel loro atteggiamento – osservavano semplicemente dei codici normali nel loro paese, senza sapere molto della realtà sociale mediterranea. Si fa fatica a cogliere le complessità della società europea restandosene a casa propria o spostandosi al massimo tra Bruxelles e le grandi capitali: passare del tempo in un qualche angolo diverso d’Europa farebbe bene, soprattutto ai politici e agli osservatori.

Fa bene anche rendersi conto che al di là delle differenze in fondo esiste un patrimonio comune. È grazie a quel patrimonio che pure un italiano non si sente fuori posto in una giornata sottozero da qualche parte su nel Baltico. Nei quattro mesi che ho trascorso in Finlandia c’è stata una sera in cui sì, un italiano sarebbe rimasto perplesso. Amici finlandesi mi avevano invitato a cena, in una bella casa piena di candele e mobili modernisti, con un vinile che suonava. Tutto elegante e impeccabile, finché non hanno portato in tavola un cartone di vino e hanno cominciato allegramente a versarlo in un decanter di design, «perché dai, fa più elegante». Il vino da sagra nel decanter era una mossa che non m’aspettavo: ho pensato tutta la sera a questo video.

Non è una nuova guerra fredda

This post was first published on Il Post on December 30, 2016

Quando è stato ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara molti hanno parlato di un “nuovo attentato di Sarajevo” – l’attentato che condusse allo prima guerra mondiale. È passata una decina di giorni dall’omicidio ma non sono ancora pervenuti ultimatum dagli imperi centrali, né pare arriveranno. Anzi, nel frattempo Russia e Turchia sono pure riuscite a concludere un accordo complicato sulla Siria.

Certo, negli ultimi mesi l’ordine internazionale è stato scosso e ha ricominciato a muoversi con rapidità e senza una destinazione chiara, lasciando disorientati i politici, gli analisti e l’opinione pubblica. Quando si è disorientati si cerca spesso di ricondurre tutto a schemi familiari, che mettano un po’ d’ordine e diano qualche indicazione sui possibili sviluppi, o che diano almeno qualche appiglio. E così stanno fiorendo i parallelismi storici: l’ambasciatore russo è un nuovo Franz Ferdinand, Aleppo è una nuova Sarajevo, e tra Russia e Stati Uniti c’è una nuova guerra fredda.

Sembra ci sia in giro molta nostalgia per il Novecento: per qualche ragione saremmo sul punto di rivivere la prima guerra mondiale, o quantomeno la guerra fredda (e qualcuno se lo augura pure). È dall’annessione russa della Crimea che si parla di “nuova guerra fredda”, e se n’è tornato a parlare diffusamente da ieri. Sono suggestioni e scorciatoie comprensibili – ma non hanno molto fondamento e fanno più confusione che altro. Non stiamo rivivendo processi già visti: stiamo vivendo processi nuovi, che inevitabilmente, sì, hanno qualche punto di contatto con cose fatte in passato dal genere umano su questo pianeta.

La guerra fredda non è stata solo un periodo di cattivi rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica: in tutta la loro storia, le relazioni tra russi e americani non sono mai state particolarmente buone, con rarissime e brevi eccezioni. Le tensioni tra Obama e Putin indicano solo la chiusura di uno di questi periodi eccezionali e il ritorno alla tradizionale, secolare rivalità. La guerra fredda però era un’altra cosa, ed era molto di più: una rivalità che investiva in modo pervasivo tutto il sistema internazionale e che vedeva due blocchi nettamente contrapposti. Nella rivalità di oggi non c’è né l’uno né l’altro elemento.

È peraltro bizzarro parlare di “nuova guerra fredda” a venti giorni dall’insediamento dell’amministrazione americana più filo-russa della storia. Ma è anche dannoso, perché non sappiamo ancora quasi nulla della politica estera di Trump, e adottare una chiave di lettura preconcetta rende ancora più difficile capirci qualcosa. Con molta probabilità nei prossimi mesi ci troveremo con dei rapporti straordinariamente stretti tra l’amministrazione americana e la Russia e dei rapporti straordinariamente tesi tra gli Stati Uniti e l’Europa. Si tratta di sfide e rischi nuovi, e pensare alla guerra fredda non sarà di grande aiuto.

L’articolo più bello del mondo

This post was first published on Il Post on November 7, 2016

Le democrazie occidentali non sono molto preparate all’ascesa di matti, cialtroni e bugiardi. Certo, quelli ci sono sempre stati, ma non avevano mai raggiunto l’influenza che si sono guadagnati negli ultimi anni in Europa e negli Stati Uniti. I nostri sistemi politici erano stati costruiti per partiti normali, con idee diverse ma ragionevoli, che competevano in modo tutto sommato civile. Non c’era quest’aria da apocalisse imminente che adesso precede quasi ogni elezione o referendum.

I sistemi che consegnano il destino di un intero paese a un presidente o a un primo ministro potevano forse funzionare quando lo consegnavano a un Kennedy – ma non sono molto rassicuranti quando rischiano di darlo in mano a un Trump, un Hollande o una Le Pen. La difficoltà di selezionare dirigenti politici all’altezza, un elettorato sempre più polarizzato e incattivito, i meccanismi che affidano enormi poteri a candidati in realtà impopolari o impediscono di rimuoverli: il presidenzialismo non se la sta passando molto bene, ultimamente.

Peraltro gli enormi problemi del presidenzialismo non riguardano solo l’Occidente, ma vanno dalle Filippine alla Turchia, dal Sudafrica all’Ucraina. Tra i vari casi recenti, quello dell’Egitto è forse uno dei più indicativi: dalla rivoluzione era uscito un sistema che assegnava tutto il potere a una sola fazione, ed è bastato un anno di presidenza Morsi per fare venir giù tutto.

La polarizzazione crescente e l’ascesa di matti e cialtroni non è solo un problema per i sistemi presidenziali, che erano stati pensati per leader di spessore diverso. Non se la passano molto bene nemmeno quei sistemi dove tutto il potere è nelle mani del primo ministro, e il capo dello stato ha solo un ruolo simbolico. Con la Brexit il Regno Unito s’è infilato in un delirio imbarazzante: i britannici avrebbero urgente bisogno di una persona autorevole che li richiamasse alla ragione – ma sulle vicende politiche la regina non può dire neanche una mezza parola.

La costituzione italiana non è «la più bella del mondo». (La mia preferita rimane quella della Repubblica di Weimar, che provò a saltare direttamente dall’impero prussiano a una repubblica socialdemocratica.) Ma alcune parti della costituzione italiana sono sì molto belle, e una delle più lungimiranti è l’art. 83, quello che regola l’elezione del presidente della repubblica. È l’articolo che – sia nella vecchia che nella nuova versione – stabilisce che il presidente venga eletto dai parlamentari e non dagli elettori, e debba essere scelto cercando un ampio consenso.

In Occidente questo tipo di capo di stato esiste praticamente solo in Germania e Italia – non a caso due paesi dove matti e cialtroni hanno goduto di estesi successi in passato, combinando parecchi danni. E mentre ai tedeschi è capitato di eleggere cinquantenni rampanti (e non s’è rivelata una grande idea), negli ultimi decenni noi abbiamo avuto una serie di anziani saggi, che sono intervenuti quando ce n’è stato il bisogno.

Non si tratta di impedire a chi vince le elezioni di governare: in Italia come altrove, chi vince deve fare le cose per cui è stato scelto, e deve poterle fare velocemente e bene. Si tratta di avere la garanzia che se le cose dovessero mettersi male c’è qualcuno pronto a intervenire nell’interesse generale: non un presidente di parte preso dai suoi interessi elettorali, né un monarca con le mani legate. Se ci fosse un Napolitano pronto a vigilare sul governo di Donald Trump, Marine Le Pen o Theresa May forse staremmo tutti più tranquilli.

 

A Ventotene non c’era internet

This post was first published on Il Post on September 8, 2016

Brexit ha messo in discussione un po’ di assunti del progetto di integrazione europea, come l’idea che l’integrazione non potesse far altro che aumentare nel tempo, si trattava solo di deciderne il ritmo. La crisi dell’euro aveva già cominciato a mettere in discussione un altro assunto, quello che non potesse esistere un’Europa “a due velocità”, cioè con livelli diversi di integrazione. In fondo, Brexit potrebbe essere una buona occasione per liberarci di qualche altro mito sull’Europa.

Primo, non esiste un solo processo di integrazione europea che si sviluppa direttamente dal manifesto di Ventotene – il documento che ispirò l’Unione Europea – a oggi. I processi (e i progetti) sono sempre stati molti, spesso pure in contrasto tra loro: non c’è una sola integrazione europea, ci sono tante diverse integrazioni e disintegrazioni che si combinano.

Secondo, non c’è un solo modello di integrazione. C’è il modello federale degli Stati Uniti d’Europa, ma ce ne sono anche altri, non per forza meno perfetti o desiderabili. Tra l’altro, confrontare costantemente l’Europa attuale con un ideale superstato unitario provoca un insuperabile sentimento di frustrazione: continuiamo a lamentarci della mancanza di politiche europee coerenti e unitarie, e non ci accorgiamo di tutto quello che già abbiamo.

Terzo, non è vero che senza Europa non avremmo avuto la pace: la stabilità in Europa è dipesa soprattutto dalla guerra fredda, punto. Nessuno si sarebbe potuto permettere un conflitto (incidentalmente, la Comunità europea stessa è nata grazie a calcoli strategici, l’idealismo da solo non sarebbe bastato). D’altra parte, la Jugoslavia mostra che i disastri possono succedere in ogni caso.

Quarto, l’integrazione europea non è un bene di per sé. È nata come strumento per favorire altri due obiettivi, loro sì importanti di per sé: la stabilità politica e il benessere economico. È improbabile che si trovino strumenti migliori per conseguirli, ma è meglio ricordarsi che l’integrazione rimane un mezzo, non un fine – non è un oggetto da venerare, se ne può discutere.

Sono tutti miti ampiamente diffusi, in Italia più che altrove. C’è qualcosa di religioso nel credere che l’integrazione europea sia buona e giusta di per sé, che le forze del bene finiranno per prevalere, che il progetto di integrazione si muova al di là delle contingenze storiche. Del resto, proprio come una religione, l’europeismo ha i suoi apostoli e i suoi santi (tutti rigorosamente uomini, e preferibilmente morti). Ha i suoi riti e i suoi dogmi, i suoi fedeli e i suoi ferventi.

Invitare i leader europei a Ventotene e ricordare Spinelli, come successo ad agosto, è un’ottima cosa. Però il manifesto di Ventotene è un documento degli anni Quaranta, concepito in un mondo molto diverso dal nostro: forse non è il caso di ripartire da lì. La grandezza degli autori di quel manifesto non sta tanto nell’aver immaginato un certo tipo di costruzione europea, ma nell’aver saputo dare una risposta originale a una situazione inedita – quella dell’Europa della seconda guerra mondiale. Si sono inventati qualcosa di nuovo e contemporaneo: non sono andati a ripescare i padri nobili di settant’anni prima.

Ci sono buoni motivi per pensare che la crisi attuale dell’Europa non dipenda da un’integrazione troppo lenta e timida. Non sta solo lì il problema, e quindi la soluzione dopo Brexit non sta solo nel promuovere “più Europa” (peraltro se dopo una sorpresa del genere hai già la soluzione pronta, allora non è una risposta ma un atto di fede). Il progetto federalista non è da buttare, ma occorre farsi parecchie domande, e guardare a come sta cambiando il mondo attorno. Rispetto anche solo a venti o trent’anni fa la politica e l’informazione funzionano in modo diverso, gli stati fanno cose diverse, il sistema internazionale è diverso, la società ha esigenze diverse. Il progetto di integrazione europea invece è rimasto più o meno sempre lo stesso: forse è il caso di ripensare pure quello, e riportarlo in linea coi tempi – e se sarà necessario ci si potrà pure allontanare dai dogmi del federalismo.

È giusto continuare a parlare di ministri del tesoro, di frontiere, di intelligence, ma ci sono anche questioni diverse. Ad esempio, il modo in cui ciascuno si sente a casa o straniero in Europa è cambiato in modo radicale negli ultimi vent’anni, soprattutto grazie alla rivoluzione digitale, ma anche alle migrazioni e ai trasporti low-cost. È un cambiamento profondo e incisivo, eppure entra ancora troppo poco nei dibattiti europei. Potrebbe invece essere proprio questo un buon punto per cominciare: ripensare cosa significhi oggi sentirsi a casa in Europa, e quali strumenti nuovi e diversi servano alle persone.

Facciamo un museo del Novecento?

This post was first published on Il Post on June 2, 2016.

Nell’ultimo decennio molti paesi occidentali hanno fatto i conti con aspetti scomodi del loro passato, e hanno segnalato questo sforzo – tra gli altri modi – costruendo dei musei. Un museo sullo schiavismo a Liverpool, uno sull’immigrazione a Parigi, uno sulla storia degli ebrei a Varsavia, un nuovo museo sull’Africa centrale a Bruxelles. A Washington sta per aprire un museo sulla storia degli afroamericani, a Danzica stanno costruendo un grande museo sulla seconda guerra mondiale, e pure in Spagna stanno discutendo se creare un museo sulla guerra civile.

Passati settant’anni o anche più, si dovrebbe essere in grado di mettere a punto una memoria comune anche sugli eventi che hanno diviso più in profondità un paese. Dovrebbe essere possibile realizzare una riconciliazione: non si tratta di cancellare le differenze e affermare una visione univoca della storia, ma di ricucire un consenso, riconoscere le responsabilità, vedere la complessità che si nasconde dietro ai miti di ciascuno.

Diventa possibile farlo quando i protagonisti di quei fatti stanno ormai scomparendo, e quando un paese è sufficientemente maturo e sicuro di sé da potersi permettere di affrontare anche gli aspetti sgradevoli e controversi del proprio passato. Molti dei musei storici creati negli ultimi anni sono stati pensati come musei “internazionali”: non servono a rafforzare le mitologie patriottiche, ma servono in un certo senso a metterle in discussione. Cercano di collegare, confrontare, contestualizzare. Non è sempre facile, come mostrano le grandi polemiche in Polonia per il nuovo museo di Danzica.

I periodi controversi non mancano nemmeno nella storia italiana, ma facciamo ancora abbastanza fatica a farci i conti. Affolliamo i festival di storia e rilanciamo i musei, ma non discutiamo di nuovi musei storici nazionali – con l’eccezione del museo del fascismo di Predappio (ci arrivo). Eppure sarebbe molto utile costruire un museo del Novecento, che ci costringa a fare i conti con alcuni pezzi del nostro passato – e che ci aiuti a farlo.

Alcuni aspetti della storia italiana recente sono completamente rimossi dalla nostra memoria, come il colonialismo: il museo di Roma sulle nostre ex colonie è chiuso dal 1971, mentre oggi sarebbe utile poter mettere in prospettiva le vicende della Libia e dell’Eritrea. Al contrario, altri aspetti sono fin troppo vivi. Invece di lasciarli tranquilli, si gioca ancora a schierare i partigiani nella quotidianità politica: forse potremmo guardare alla Resistenza con un po’ più di distacco (e di rispetto).

In Italia esiste un’ampia rete di attori e organizzazioni che si occupano di memoria, ma lo fanno soprattutto su scala locale e a volte in modo un po’ effimero, come accade con le mostre e gli anniversari. I musei nazionali dovrebbero servire a collegare e rafforzare queste esperienze, rendendole meno isolate. Qua e là in effetti si prova a costruire una memoria comune di certi aspetti della nostra storia: a Genova l’emigrazione, a Ferrara l’ebraismo e la Shoah, mentre a Mestre stanno costruendo un museo sulla società e la cultura del Novecento – ma sono progetti ancora limitati.

In occasione del 150° anniversario dell’unificazione, Andrea Carandini ed Ernesto Galli della Loggia proposero di costruire un museo della storia d’Italia. Sarebbe potuto uscirne qualcosa di simile all’ottimo Deutsches Historisches Museum, ed è un peccato che il progetto si sia perso. Però forse è stato meglio così, sarebbe anche potuta uscirne una sfilata retorica e pomposa di santi, poeti e navigatori, magari addirittura al Quirinale.

Nei mesi scorsi ha cominciato a circolare l’idea di costruire un museo del fascismo a Predappio. L’idea è buona, la genesi e il posto un po’ meno: non si costruisce un museo nazionale perché un sindaco non sa che farsene di un edificio. Ma soprattutto sarebbe utile slegare il fascismo dalla vicenda personale di Mussolini, inquadrandolo invece nel più ampio contesto nazionale e internazionale, così come stanno facendo all’estero con le loro storie – un’operazione che sarebbe più facile fare a Milano o a Roma.

Sarebbe in effetti più interessante ragionare su un museo che guardi al Novecento italiano nel suo complesso: un museo che offra l’occasione per affrontare anche altri nodi, fissare un po’ di punti, e fare tutti assieme qualche passo avanti sul colonialismo, il fascismo e l’antifascismo, il terrorismo, il divario Nord/Sud e lo stato della repubblica. Un luogo che non si limiti a mostrare reperti nelle vetrinette, ma che faccia ricerca, divulgazione e dibattito in modo serio e moderno. Uno strumento che aiuti a rivivere la storia, staccandola però dalla polemica politica, dalle ricorrenze e dalle mitologie. La storiografia sarebbe già pronta, e l’opinione pubblica pure.

Una metafora perfetta

This post was first published on Il Post on April 26, 2014. You can find an English version of it here.

europa

C’è qualcosa di strano nella foto ufficiale di Obama e dei leader europei riuniti ieri a Hannover. Come sempre, sorridono davanti alla bandiera del loro paese. Come sempre, Merkel ha le mani congiunte, Hollande l’aria impacciata, Renzi è un po’ scomposto. Ma sulla destra della foto c’è un elemento strano, che ne sballa la simmetria – una bandiera europea tutta sola. Sembra quasi una svista nella scenografia, un errore del protocollo. Forse in quel momento Jean-Claude Juncker era andato in bagno?

E invece non c’è stato nessun errore, nessun contrattempo. Al vertice tra Obama e i principali leader europei il presidente della Commissione non era proprio stato invitato, anche se si parlava di argomenti che lo riguardavano. Lo stesso Obama aveva appena pronunciato un “discorso agli europei”: «Sono venuto qui oggi, nel cuore dell’Europa, per dire che gli Stati Uniti e il mondo intero hanno bisogno di un’Europa forte, prospera, democratica, unita», per riconoscere che il successo dell’integrazione europea «rimane uno dei più grandi successi politici ed economici della nostra epoca», e per ricordare che «un’Europa unita – un tempo sogno di pochi – rimane la speranza di molti e una necessità per tutti noi».

Obama viene per dire queste cose, ma trova una situazione piuttosto diversa da quella che descrive. Una situazione rappresentata perfettamente dalla foto di ieri: l’Europa unita è una presenza retorica marginale, l’Europa vera sono quattro leader diversi spesso in disaccordo tra loro. La marginalizzazione della Commissione è data ormai così per scontata che nessuno sembra stupirsi di quella strana foto; né la stampa né i politici sembrano essersi accorti dell’assenza di Juncker dal vertice.

In realtà non c’è nulla di normale in quell’assenza: era da quarant’anni, dal G7 di Londra del 1978, che il presidente della Commissione europea partecipava ai vertici dei leader occidentali. Ai primi vertici G5, G6, G7 la sua non era una partecipazione scontata – ma Roy Jenkins, il presidente di allora, si impuntò e fece nascere questa prassi. Ieri invece in conferenza stampa il portavoce della Commissione dichiarava che a loro sta benissimo così: i leader europei possono discutere di questioni che riguardano direttamente la Commissione senza neanche fare finta di coinvolgerla.

Per lungo tempo la Francia non ha voluto che l’Unione europea adottasse ufficialmente una sua bandiera, per il timore che finisse poi per nascere uno stato federale. È andata a finire esattamente nella maniera opposta, con le istituzioni comuni che in pratica non contano nulla – e che non chiedono nemmeno più di contare qualcosa. La bandiera europea non è diventata il simbolo di un superstato federale, è diventata un semplice ornamento che pare brutto tagliare dall’inquadratura.