Cosa cambia per l’Europa all’ONU dopo la Brexit

This post was first published on MentePolitica on February 11, 2017

L’idea di assegnare all’Unione europea un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU circola da qualche decennio. È una fantasia che è stata spesso animata dall’Italia – soprattutto per bloccare altri più concreti progetti di riforma dell’ONU – ma che ha naturalmente raccolto anche le speranze dei federalisti. L’Europa sarebbe così diventata a pieno titolo un soggetto politico sulla scena internazionale, in grado di farsi valere e di esprimersi con una sola voce sulle grandi questioni del momento.

La Comunità europea in quanto tale iniziò a essere un soggetto riconoscibile all’ONU durante gli anni Settanta, quando fu ammessa come osservatore permanente all’Assemblea Generale e quando i suoi stati membri cominciarono a coordinare le loro posizioni in quasi tutti gli organi delle Nazioni Unite. La sola eccezione era costituita dal Consiglio di Sicurezza, di cui facevano parte Regno Unito e Francia in maniera permanente e quasi sempre un terzo stato CE in maniera temporanea. Nonostante le richieste dei partner, i due membri permanenti si rifiutarono sempre di portare al Consiglio di Sicurezza posizioni “europee” concordate con gli altri stati membri.

La coordinazione europea sulle questioni discusse al Consiglio di Sicurezza è cresciuta gradualmente nel tempo, ma è sempre rimasta limitata – non tanto per le consuete divergenze politiche di fondo, quanto piuttosto per la ritrosia di Regno Unito e Francia, che hanno sempre tenuto a sottolineare il carattere nazionale e individuale della loro partecipazione al Consiglio di Sicurezza. Nel contesto degli eterni dibattiti sulla riforma dell’ONU, accettare di presentarsi come portavoce dell’UE avrebbe inevitabilmente comportato di porgere il fianco a coloro che chiedevano una riduzione della presenza occidentale nel Consiglio, ormai anacronistica: se Regno Unito e Francia avessero iniziato a presentare assieme le posizioni comuni dell’Europa, un solo seggio permanente sarebbe stato più che sufficiente.

La prossima uscita del Regno Unito dall’Unione europea apre degli scenari potenzialmente interessanti per l’azione europea al Consiglio di Sicurezza. Per la prima volta da quando ha iniziato a occuparsi di questioni politiche internazionali, l’UE disporrà di un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, e vi si potrà esprimere senza timori con una sola voce. È una soluzione forse meno elegante rispetto all’ingresso formale dell’Unione europea nel Consiglio di Sicurezza, ma politicamente potrebbe rivelarsi uno sviluppo non molto distante da quello auspicato a lungo dall’Italia – ed è quanto di più vicino si possa realisticamente ottenere.

Osservando le scelte degli stati europei all’ONU nell’ultimo ventennio, è evidente che si è verificato un processo di europeizzazione: i dati sulle votazioni all’Assemblea Generale mostrano chiaramente una convergenza crescente tra i diversi stati dell’UE. Questo processo ha investito anche la Francia, che pure aveva mostrato per decenni una chiara tendenza a distinguersi dai partner su molte grandi questioni internazionali. Era stata invece finora poco notata la traiettoria del Regno Unito, che persino negli anni dei governi laburisti filoeuropei aveva mantenuto un distacco molto marcato dagli altri paesi dell’UE – al contrario di tutti gli altri stati, questo distacco è andato addirittura crescendo nel tempo.

Ora l’Unione europea si ritroverà con un solo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, e non dovrà più fare i conti con la tendenza britannica a scartare rispetto alle posizioni comuni. Assumendo che l’UE mantenga intatta la sua capacità di raggiungere posizioni comuni sulle questioni internazionali – un assunto certo problematico nelle condizioni attuali – resta da capire se la Francia possa avere la volontà di modificare i tratti di fondo della sua azione all’ONU. Si tratterebbe di utilizzare il proprio seggio a beneficio dell’intera UE, e di iniziare ad agire di fatto come sua portavoce (mantenendo tuttavia una sorta di diritto di veto: è chiaro che la rappresentanza francese non potrebbe dar voce a posizioni contrastate dal proprio governo).

Ipotizzando che i partiti dell’arco costituzionale conservino il controllo sulla presidenza francese, sarebbe in effetti possibile individuare degli incentivi politici a favore di un’evoluzione in senso europeo del ruolo della Francia nel Consiglio di Sicurezza. Da un lato, se la Francia dovesse di fatto cominciare a rappresentare l’UE si attenuerebbero le accuse contro il suo seggio permanente: la Francia non è più un attore internazionale di primo piano, ma l’UE invece sì. Dall’altro lato, nei prossimi anni la Francia non riuscirà realisticamente a sfidare il primato tedesco in ambito economico: puntare ad affermare il proprio primato in ambito politico potrebbe essere una strategia utile per tutelare il proprio rango e ottenere un migliore equilibrio in Europa.

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Non è una nuova guerra fredda

This post was first published on Il Post on December 30, 2016

Quando è stato ucciso l’ambasciatore russo ad Ankara molti hanno parlato di un “nuovo attentato di Sarajevo” – l’attentato che condusse allo prima guerra mondiale. È passata una decina di giorni dall’omicidio ma non sono ancora pervenuti ultimatum dagli imperi centrali, né pare arriveranno. Anzi, nel frattempo Russia e Turchia sono pure riuscite a concludere un accordo complicato sulla Siria.

Certo, negli ultimi mesi l’ordine internazionale è stato scosso e ha ricominciato a muoversi con rapidità e senza una destinazione chiara, lasciando disorientati i politici, gli analisti e l’opinione pubblica. Quando si è disorientati si cerca spesso di ricondurre tutto a schemi familiari, che mettano un po’ d’ordine e diano qualche indicazione sui possibili sviluppi, o che diano almeno qualche appiglio. E così stanno fiorendo i parallelismi storici: l’ambasciatore russo è un nuovo Franz Ferdinand, Aleppo è una nuova Sarajevo, e tra Russia e Stati Uniti c’è una nuova guerra fredda.

Sembra ci sia in giro molta nostalgia per il Novecento: per qualche ragione saremmo sul punto di rivivere la prima guerra mondiale, o quantomeno la guerra fredda (e qualcuno se lo augura pure). È dall’annessione russa della Crimea che si parla di “nuova guerra fredda”, e se n’è tornato a parlare diffusamente da ieri. Sono suggestioni e scorciatoie comprensibili – ma non hanno molto fondamento e fanno più confusione che altro. Non stiamo rivivendo processi già visti: stiamo vivendo processi nuovi, che inevitabilmente, sì, hanno qualche punto di contatto con cose fatte in passato dal genere umano su questo pianeta.

La guerra fredda non è stata solo un periodo di cattivi rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica: in tutta la loro storia, le relazioni tra russi e americani non sono mai state particolarmente buone, con rarissime e brevi eccezioni. Le tensioni tra Obama e Putin indicano solo la chiusura di uno di questi periodi eccezionali e il ritorno alla tradizionale, secolare rivalità. La guerra fredda però era un’altra cosa, ed era molto di più: una rivalità che investiva in modo pervasivo tutto il sistema internazionale e che vedeva due blocchi nettamente contrapposti. Nella rivalità di oggi non c’è né l’uno né l’altro elemento.

È peraltro bizzarro parlare di “nuova guerra fredda” a venti giorni dall’insediamento dell’amministrazione americana più filo-russa della storia. Ma è anche dannoso, perché non sappiamo ancora quasi nulla della politica estera di Trump, e adottare una chiave di lettura preconcetta rende ancora più difficile capirci qualcosa. Con molta probabilità nei prossimi mesi ci troveremo con dei rapporti straordinariamente stretti tra l’amministrazione americana e la Russia e dei rapporti straordinariamente tesi tra gli Stati Uniti e l’Europa. Si tratta di sfide e rischi nuovi, e pensare alla guerra fredda non sarà di grande aiuto.

L’articolo più bello del mondo

This post was first published on Il Post on November 7, 2016

Le democrazie occidentali non sono molto preparate all’ascesa di matti, cialtroni e bugiardi. Certo, quelli ci sono sempre stati, ma non avevano mai raggiunto l’influenza che si sono guadagnati negli ultimi anni in Europa e negli Stati Uniti. I nostri sistemi politici erano stati costruiti per partiti normali, con idee diverse ma ragionevoli, che competevano in modo tutto sommato civile. Non c’era quest’aria da apocalisse imminente che adesso precede quasi ogni elezione o referendum.

I sistemi che consegnano il destino di un intero paese a un presidente o a un primo ministro potevano forse funzionare quando lo consegnavano a un Kennedy – ma non sono molto rassicuranti quando rischiano di darlo in mano a un Trump, un Hollande o una Le Pen. La difficoltà di selezionare dirigenti politici all’altezza, un elettorato sempre più polarizzato e incattivito, i meccanismi che affidano enormi poteri a candidati in realtà impopolari o impediscono di rimuoverli: il presidenzialismo non se la sta passando molto bene, ultimamente.

Peraltro gli enormi problemi del presidenzialismo non riguardano solo l’Occidente, ma vanno dalle Filippine alla Turchia, dal Sudafrica all’Ucraina. Tra i vari casi recenti, quello dell’Egitto è forse uno dei più indicativi: dalla rivoluzione era uscito un sistema che assegnava tutto il potere a una sola fazione, ed è bastato un anno di presidenza Morsi per fare venir giù tutto.

La polarizzazione crescente e l’ascesa di matti e cialtroni non è solo un problema per i sistemi presidenziali, che erano stati pensati per leader di spessore diverso. Non se la passano molto bene nemmeno quei sistemi dove tutto il potere è nelle mani del primo ministro, e il capo dello stato ha solo un ruolo simbolico. Con la Brexit il Regno Unito s’è infilato in un delirio imbarazzante: i britannici avrebbero urgente bisogno di una persona autorevole che li richiamasse alla ragione – ma sulle vicende politiche la regina non può dire neanche una mezza parola.

La costituzione italiana non è «la più bella del mondo». (La mia preferita rimane quella della Repubblica di Weimar, che provò a saltare direttamente dall’impero prussiano a una repubblica socialdemocratica.) Ma alcune parti della costituzione italiana sono sì molto belle, e una delle più lungimiranti è l’art. 83, quello che regola l’elezione del presidente della repubblica. È l’articolo che – sia nella vecchia che nella nuova versione – stabilisce che il presidente venga eletto dai parlamentari e non dagli elettori, e debba essere scelto cercando un ampio consenso.

In Occidente questo tipo di capo di stato esiste praticamente solo in Germania e Italia – non a caso due paesi dove matti e cialtroni hanno goduto di estesi successi in passato, combinando parecchi danni. E mentre ai tedeschi è capitato di eleggere cinquantenni rampanti (e non s’è rivelata una grande idea), negli ultimi decenni noi abbiamo avuto una serie di anziani saggi, che sono intervenuti quando ce n’è stato il bisogno.

Non si tratta di impedire a chi vince le elezioni di governare: in Italia come altrove, chi vince deve fare le cose per cui è stato scelto, e deve poterle fare velocemente e bene. Si tratta di avere la garanzia che se le cose dovessero mettersi male c’è qualcuno pronto a intervenire nell’interesse generale: non un presidente di parte preso dai suoi interessi elettorali, né un monarca con le mani legate. Se ci fosse un Napolitano pronto a vigilare sul governo di Donald Trump, Marine Le Pen o Theresa May forse staremmo tutti più tranquilli.

 

La nomina di Carlo Calenda

La scelta di Matteo Renzi di nominare Carlo Calenda rappresentante permanente dell’Italia presso l’Unione europea ha suscitato in alcuni perplessità e sconcerto. Le perplessità maggiori sono quelle di alcuni diplomatici italiani, che contestano la nomina di una personalità esterna al corpo diplomatico (Calenda è viceministro allo sviluppo economico). In realtà la nomina è del tutto normale e accettabile – come del resto sono normali le proteste corporative dei diplomatici e le critiche espresse da chi non sopporta Renzi.

Finora il compito di rappresentare l’Italia presso l’Unione europea è stato svolto da diplomatici, è vero. Ma la scelta di assegnarlo a un (semi-)politico come Calenda rientra in quell’ampio processo di domesticizzazione della politica europea in corso da anni: le questioni che si discutono a Bruxelles non sono più da tempo questioni di politica estera, sono questioni di politica europea. Gli ambasciatori devono tenere i rapporti con gli Stati Uniti, la Cina, l’ONU, l’Iran: in Europa ormai esiste un’arena politica, di cui è bene che si occupino direttamente i politici e la società civile.

Il lavoro del rappresentante permanente a Bruxelles in realtà è, da sempre, un lavoro molto politico. Il Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper) è probabilmente l’organo più influente in assoluto nella politica europea, Consiglio europeo a parte. È dove si preparano i lavori e si prendono quasi tutte le decisioni che verranno poi adottate dal Consiglio dei ministri dell’Unione: i rappresentanti permanenti hanno da sempre un profilo politico implicito molto importante, non c’è nulla di male se ora diventa un tratto meno nascosto – anzi.

Non è un caso che nel passato più di un rappresentante permanente dell’Italia (e di moltissimi altri paesi) sia passato dalla carriera diplomatica a quella politica, diventando per esempio commissario europeo. E in altri paesi europei succede abbastanza spesso che gli incarichi diplomatici più prestigiosi vengano assegnati a figure politiche. Peraltro l’Unione stessa ha un’antica tradizione in questo senso: quando si trattò di nominare il primo rappresentante europeo a Washington non venne scelto un diplomatico, ma colui che fino a poco prima era stato Primo ministro della Danimarca.

I brontolii dei diplomatici italiani sono comprensibili, ma non ci sono ragioni solide per sostenere che la nomina di Calenda sia sbagliata o pericolosa. Per fare un buon servizio a livello europeo non è necessario appartenere al corpo diplomatico – quello che conta piuttosto è avere una buona intesa col capo del proprio governo e essere in gamba: è su quello che andrà giudicato Calenda.

La parola dell’anno

This post was published on Il Post on December 10, 2015.

Quest’anno a Oxford si sono divertiti molto, e hanno deciso che la parola del 2015 fosse una faccina che ride un sacco. Ma nel mondo là fuori, non è che negli ultimi mesi ci siano state moltissime occasioni per ridere fino alle lacrime. Per tenere assieme molte delle cose successe quest’anno magari c’è una faccina, ma di sicuro c’è (almeno) una parola: confini. Se n’è parlato davvero tanto: rifugiati che attraversano confini, stati che fortificano confini, elettori che vogliono spostare confini, eserciti che li spostano davvero, terroristi che si spostano tra confini.

Confini scompaginati. Tranne Israele e la Palestina, gli stati e le frontiere del Medio Oriente se ne stavano immobili da cent’anni. L’ISIS è il primo movimento terrorista che vuole scompaginare i confini di un’intera regione. In Europa e altrove, gli altri terroristi hanno sempre cercato di influenzare un governo, di colpire una classe dirigente, al massimo di staccare un pezzo di paese – e infatti si chiamavano brigate, nuclei, fraktion, esercito. Questi invece si chiamano “stato” e non cercano solo una secessione: hanno intenzione di rimescolare a fondo i confini del Medio Oriente.

Confini che non esistono più. Le potenze coloniali amavano tracciare linee rette nel deserto, confini che rendevano il mappamondo più ordinato. C’è sempre stata una differenza tra il mappamondo e il mondo reale, ma oggi quella differenza è più ampia che mai, soprattutto in Medio Oriente. I confini tradizionali di Siria, Iraq e Libia resistono solo sulle cartine: i confini reali corrono dentro, oltre e attraverso quelli formali. Gli stati falliti non sono più una cosa lontana che sta in Somalia o in Afghanistan, ormai stanno a duecento chilometri da noi.

Confini che non funzionano più / 1. Sia prima che dopo gli attentati, i terroristi del 13 novembre hanno saltellato qua e là per l’Europa, mentre la polizia e i servizi che li rincorrevano dovevano fermarsi alle frontiere del proprio stato. Non è solo un problema di scambio di informazioni, il problema è che quelle frontiere sono ormai inadeguate. Il Belgio è uno staterello più piccolo di molte città del mondo: di fronte al terrorismo internazionale, le risorse della sua polizia assomigliano più a quelle dei vigili urbani che a quelle della CIA.

Confini che non funzionano più / 2. S’è parlato parecchio di Molenbeek e delle assurde divisioni amministrative del Belgio, ma anche Parigi ha grossi problemi di confini: smettere di pensare al boulevard périphérique come margine della città è stata una delle mosse migliori della presidenza Hollande. Per altre ragioni, negli scorsi mesi anche Roma ha mostrato di avere un problema di confini. Un problema per certi versi opposto a Bruxelles e Parigi: un comune decisamente troppo grande e incasinato per poter essere governato solo da un sindaco e qualche assessore.

Confini rimessi in piedi. Spezzettare i confini è stata la risposta istintiva dell’Europa all’arrivo massiccio di profughi cominciato negli scorsi mesi. L’integrazione europea non è mai proceduta in modo lineare, ma non era mai accaduto di veder arretrare così clamorosamente uno degli elementi centrali dell’Unione, la libera circolazione delle persone. Rispetto a un anno fa, gli stati dell’UE sono oggi divisi da confini molto più forti – in alcuni casi letteralmente fortificati. E a sua volta è diventata molto più netta la delimitazione tra l’UE e quello che le sta accanto, la Russia e la Turchia.

Confini da mettere in piedi? I confini di Gran Bretagna e Spagna sono in assoluto tra i più antichi in Europa, ma alle elezioni di maggio gli indipendentisti scozzesi hanno vinto 56 seggi su 59, mentre a novembre il parlamento catalano ha approvato una dichiarazione per l’indipendenza.

Poi c’è il Regno Unito che nei prossimi mesi potrebbe separarsi dall’UE, mentre in Medio Oriente non s’era mai arrivati così vicini alla nascita del Kurdistan. Se uno pensava che i confini fossero gradualmente destinati a cadere deve ricredersi, a quanto pare sta succedendo il contrario.

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Ci sono tanti modi per interpretare quello che sta succedendo in questa parte di mondo. Lo si può guardare da una prospettiva ideologica, religiosa, geopolitica, economica. C’è un altro modo per collegare gli sconvolgimenti in corso in Europa e in Medio Oriente, ed è vederli come una crisi dei confini disegnati nel Novecento (o pure prima). Confini ostinati e inadeguati, non più in sintonia con la realtà, che diventano loro stessi oggetto di conflitti.

Non è però una crisi delle frontiere e degli stati in quanto tali. In teoria l’ISIS potrebbe giocare col panislamismo e col panarabismo, e invece è molto attaccato all’idea di stato e ai suoi simboli più classici, dalla bandiera ai passaporti, fino alle targhe automobilistiche. In Europa si potrebbe giocare con l’europeismo, e invece moltissime persone mostrano di essere attaccate con grande forza ai loro stati e alle loro identità nazionali o regionali.

C’è chi pensa che per tornare al mondo pulito e colorato dei mappamondi sia sufficiente pattugliare di più le frontiere e aggiustarne qua e là il tracciato, magari disegnando stati etnici come cent’anni fa. Forse nel breve periodo funziona pure, ma in realtà non basta ripensare determinati confini: servirebbe ripensare l’idea di confine – un’idea nata in un mondo ormai scomparso, dove non c’era internet e non c’era la globalizzazione.

Negli ultimi decenni qualcuno aveva provato a ripensare l’idea di stato e di confine in modo originale. Oltre all’integrazione europea, erano comparse l’idea di una polizia internazionale e l’idea che la comunità internazionale avesse delle responsabilità nei confronti dei cittadini di qualunque stato. E qualcuno ha proposto la libera circolazione delle persone in tutto il mondo, non solo in Europa.

Alcuni di quei tentativi di domesticizzare le relazioni internazionali andando oltre gli stati vengono ora apertamente contestati; più spesso vengono semplicemente ignorati, nessuno ne parla.

A quanto pare, abbiamo scelto di affrontare i problemi del ventunesimo secolo ricorrendo a strumenti del diciannovesimo: forse allora la faccina dell’anno non dovrebbe essere 😂 ma x1f615.png.pagespeed.ic.CdfQMsGneR.

Dov’è finita la visione liberale delle relazioni internazionali?

This article was published on MentePolitica on December 10, 2015.

A distanza di una generazione, di solito le cose tendono a tornare di moda. Per il revival della musica e dell’abbigliamento degli anni Novanta manca poco: ma c’è un aspetto di quegli anni che invece pare destinato a minore fortuna. Poco dopo la fine della guerra fredda, l’idea di costruire una polizia internazionale guadagnò rapidamente popolarità, assieme all’idea che la comunità internazionale dovesse farsi garante del rispetto dei diritti fondamentali di qualsiasi individuo. Si parlava di caschi blu e forze di interposizione, di cessate il fuoco e responsibility to protect, di corridoi umanitari e tribunali internazionali.

Crisi, guerre e pulizie etniche ci sono anche oggi, ma di quelle idee non si parla praticamente più. Le discussioni sulla Siria riguardano quasi solo le modalità e gli obiettivi dei bombardamenti; eppure la situazione nel paese non è meno grave di tante altre crisi che negli anni Novanta suscitarono discussioni molto più articolate – dalla Bosnia al Kosovo, dalla Somalia al Ruanda. Non è che in Siria non ci sia bisogno di corridoi umanitari, o che non si verifichino episodi di pulizia etnica. E non è che non venga violata la Convenzione di Ginevra, o che non ci siano criminali di guerra.

Così come non se ne parla per la Siria, non se ne parla nemmeno per le altre crisi in corso, come quelle dell’Iraq, della Libia, del Mali, del Burundi, dello Yemen, e così via. In quasi tutti i casi, le discussioni tendono a soffermarsi solo su un insieme ristretto di questioni: quali stati occidentali sono disposti a intervenire? Bisogna bombardare con droni o con aerei tradizionali? Bisogna limitarsi a bombardare o serve intervenire anche via terra? Sono questioni di tattica militare: le questioni di strategia, politica, giustizia ed etica finiscono quasi sempre per essere ignorate.

Una certa visione delle relazioni internazionali emersa nei primi anni Novanta pare ormai caduta in disgrazia, senza grandi prospettive di recupero. Le ragioni principali di questa crisi sembrano due. Da un lato, quella visione è stata legata troppo strettamente all’idea del trionfo del liberalismo: preso atto che in fondo la storia non era finita, si sono accantonati anche gli istituti e le idee che avevano accompagnato quel periodo di euforia liberale. Dall’altro lato, le applicazioni concrete di quegli istituti e di quelle idee sono state giudicate molto spesso inefficaci e insoddisfacenti, anche da coloro che le avevano promosse.

Nei primi anni Novanta la fine della guerra fredda sembrava prefigurare un mondo sostanzialmente pacificato. Si poteva allora pensare di riscoprire quel ruolo della Nazioni Unite previsto dalla loro Carta, che nei decenni precedenti era stato soffocato dallo scontro tra le potenze. Diventava inoltre possibile immaginare che i conflitti futuri sarebbero stati delle crisi locali, in cui la comunità internazionale sarebbe potuta intervenire in modo coeso per neutralizzare un governo particolarmente aggressivo o separare le due fazioni in conflitto: l’invasione irachena del Kuwait e la relativa reazione internazionale ne costituirono un ottimo esempio.

Quello scenario ottimistico non si è realizzato, e siamo tornati a un mondo in cui i conflitti non sono né limpidi né locali. Le potenze hanno chiaramente ricominciato a perseguire interessi molto diversi e a vedere le varie crisi non come problemi da risolvere, ma come opportunità da sfruttare. Anche per questo i conflitti sono difficili da circoscrivere e finiscono per chiamare in causa la rivalità tra sciiti e sunniti, tra musulmani e cristiani, tra Russia e Occidente: se pure esistesse una “comunità internazionale” relativamente coesa, si troverebbe molto in difficoltà a intervenire in questioni così delicate.

Se lo scenario internazionale contemporaneo spinge a lasciar cadere l’idea che la storia sia finita, non dovrebbe per forza far cadere tutta quella serie di altre idee collegate a essa. Probabilmente è diventato più difficile costruire un consenso politico attorno a un certo tipo di intervento umanitario o all’esercizio di un certo tipo di responsabilità internazionale: ma è piuttosto sorprendente che nessuno nemmeno provi a costruirlo (o almeno faccia finta di provarci). Certo, l’amministrazione Obama non è l’amministrazione Clinton, né i leader europei attuali hanno la caratura internazionale di quelli di una generazione fa.

La prospettiva molto ristretta da cui si guarda alle crisi in corso non dipende però solo dalle inclinazioni e dalle scelte dei governi occidentali. Manca quasi del tutto anche una mobilitazione degli intellettuali e della società civile in grado di influenzare quelle scelte verso una direzione di tutela dei diritti fondamentali e di intervento mirato a separare e giudicare le parti in conflitto. Su questo atteggiamento di sfiducia ampiamente diffuso paiono pesare soprattutto gli esiti incerti di molte missioni di peace-keeping e le difficoltà e incontrate dai tribunali penali speciali e dalla Corte Internazionale di Giustizia.

L’Ungheria siamo noi

This post was published on Il Post on September 30, 2015.

La storia dell’Europa di oggi è iniziata con la caduta del muro di Berlino. In realtà, quella storia è iniziata un pochino prima, in Ungheria. Anche allora c’entravano un confine, del filo spinato e dei grandi movimenti di persone: solo che allora il governo ungherese decise di aprirlo, il confine. Il taglio del filo spinato che correva tra Ungheria e Austria nel maggio 1989 fu – letteralmente – la prima breccia nella cortina di ferro. Permettendo ai cittadini dell’Europa orientale di fuggire in Europa occidentale, l’apertura del confine ungherese fece crescere molto la pressione sugli altri governi comunisti, contribuendo così alla caduta del muro di Berlino nel giro di pochi mesi.

Ventisei anni dopo, gli sguardi sono nuovamente rivolti ai confini dell’Ungheria. Ma questa volta il filo spinato viene steso lungo la frontiera, non viene tagliato. Quella dell’Ungheria post-comunista avrebbe potuto essere la storia di un grande successo: posizione centrale in Europa, solidi legami con paesi occidentali, una tradizione democratica che si era manifestata già nei primi anni della guerra fredda, un ruolo di avanguardia nell’abbattimento della cortina di ferro. E poi lo stesso Victor Orban: l’unico, tra gli attuali leader europei, che da giovane era un leader del movimento per la democrazia nel proprio paese. Il rapporto tra l’Ungheria, la democrazia e l’Europa era cominciato molto bene, poi qualcosa è andato molto storto.

«Se questi ungheresi vogliono costruire barriere per tenere fuori gli altri, usiamo quelle stesse barriere per chiuderci dentro loro». Così si è detto nelle scorse settimane, guardando alle politiche dell’Ungheria nei confronti dei richiedenti asilo in Europa. L’idea di chiudere gli ungheresi dentro i loro stessi muri è un po’ l’idea di chiudere il problema ungherese in una scatola. In effetti sarebbe comodo poterlo neutralizzare e mettere da parte: ma il problema ungherese è un problema che riguarda da vicino tutti gli europei, non si può tentare di isolarlo.

È un problema che ci riguarda prima di tutto perché chiama in causa la nostra storia. In queste settimane, molti critici delle politiche di Orban sull’immigrazione hanno sostenuto che l’Ungheria dovrebbe accogliere i rifugiati perché negli anni Cinquanta moltissimi rifugiati ungheresi furono accolti dall’Europa occidentale. Che è vero: ma mentre accoglievano gli ungheresi, i governi occidentali decidevano di non opporsi all’invio dei carri armati sovietici a Budapest: e quindi gli ungheresi sono in debito o in credito con noi? Dietro il nazionalismo di Orban ci sono decenni di rapporti complicati tra l’Ungheria, i suoi vicini e il resto d’Europa, con cui bisogna fare i conti.

La lingua ungherese è così imperscrutabile da rendere il dibattito pubblico ungherese inaccessibile a quasi tutti gli stranieri, e questo aiuta a rinchiudere il problema dell’Ungheria in una scatola. Ma rinchiudervelo farebbe il gioco degli stessi nazionalisti ungheresi, assimilando di fatto a loro tutti i loro connazionali, anche quelli che danno una mano ai profughi, e i moltissimi che non danno una mano ma che non fanno nemmeno gli sgambetti. Non è in corso uno scontro tra l’Ungheria e il resto d’Europa: è in corso uno scontro tra un governo nazionalista e illiberale (con vari simpatizzanti anche all’estero, e non solo a destra) e coloro che vi si oppongono, sia da una parte che dall’altra del confine ungherese.

Le politiche di Orban verso i rifugiati ci riguardano anche perché mettono apertamente in discussione i valori su cui ci siamo raccontati di avere costruito l’Europa: rispetto dei diritti umani, libera circolazione delle persone, volontà di non ripetere quello che è successo con la seconda guerra mondiale. Il governo Orban non deve accogliere i profughi perché in un altro tempo qualcuno accolse i profughi ungheresi: deve accoglierli perché l’Europa vuole essere un posto dove si rispettano i diritti umani, punto. La sfida ungherese non è diretta solo contro le politiche europee di immigrazione e asilo, ma chiama deliberatamente in causa l’identità stessa dell’Europa: è una cosa che ci riguarda piuttosto da vicino.

Ci sono voluti decine di chilometri di filo spinato e lo sgambetto di una reporter per farci accorgere che in Ungheria c’è qualche problema serio. Però dietro quel filo spinato ci sono cinque anni di governo Orban. Le sue politiche recenti sono la logica continuazione delle politiche illiberali e ultraconservatrici adottate in questi anni: forse il resto d’Europa se ne poteva preoccupare anche un po’ prima. Se ne sarebbero dovuti preoccupare molto di più anche i partiti europei: formalmente, Angela Merkel – la “Madre Teresa dei rifugiati” – e Victor Orban fanno entrambi parte del Partito popolare europeo, e non è una cosa molto normale.

Infine, le politiche dell’Ungheria riguardano tutti gli europei perché pongono il problema di cosa fare quando qualcuno si rifiuta di seguire i principi e le norme della comunità a cui appartiene. Come si tutela la credibilità di quelle norme, e come si fanno rientrare le loro violazioni? È un problema generale, di cui l’Ungheria rappresenta solo un test. Ed è un problema molto complicato, con soluzioni poco chiare. Procedere con pressioni o sanzioni a volte è controproducente, perché provoca una chiusura e un inasprimento ancora maggiore delle posizioni. Ma non funziona sempre nemmeno l’altra strada, quella del dialogo, degli incentivi e degli scambi reciproci. L’unica cosa sicura è che decidere di ignorare il problema non aiuta a risolverlo.

Chiudere il problema ungherese dentro una scatola o dietro a un muro non potrebbe funzionare. È un problema che ci riguarda e che chiama in causa la nostra storia, le nostre norme, i nostri valori. Riconoscerlo come problema europeo non significa però delegarne la soluzione a qualche lontana e indefinita istituzione di Bruxelles, ricorrendo al classico «l’Europa faccia qualcosa», che è sempre buono per allontanare e disperdere le responsabilità. A Bruxelles non riescono a reagire in modo incisivo alle politiche di Orban, ma non per questo bisogna rassegnarsi ad accettarle: siamo noi l’Ungheria, ma siamo noi anche l’Europa.